Per non dimenticare Satnam Singh

Occorre usare subito i fondi già stanziati dal Pnnr contro il caporalato. Una panoramica della situazione in Italia
Manifestazione della comunità indiana di Latina contro il caporalato per la morte sul lavoro di Satnam Singh. Latina ,25 giugno 2024. Foto: ANSA/CESARE ABBATE

È triste doverlo ammettere, e fa rabbia. Ma c’è voluta la drammatica e criminale morte del bracciante indiano sikh, Satnam Singh, per leggere sui giornali le parole caporalato, sfruttamento, ghetti. Ma per pochi giorni. Poi tutto presto sparito. Senza vere analisi, né decisive soluzioni.

Quando ero ragazzo sentivo in televisione parlare del ghetto di Soweto, alla periferia di Johannesburg, in Sudafrica, dove i “bianchi” costringevano a vivere i “neri”. Era qualcosa di lontano, da indignarsi, ma lontano. Poi i ghetti li ho incontrati qui in Italia consumando la suola delle scarpe, come papa Francesco invita a fare noi giornalisti.

Luoghi di sfruttamento, di violenza, di morte. Spesso poco noti o presto dimenticati. Storie di invisibili, di fantasmi in carne e ossa. Senza dimora, senza diritti. Anche loro rinchiusi nei ghetti o, come vengono definiti con burocratico e falso pudore, “insediamenti informali”. Il Pnrr ha stanziato 200 milioni di euro per il superamento dei ghetti: 114 destinati alla Puglia, gli altri 86 milioni sono ripartiti nelle varie regioni d’Italia. Ma di concreto non si vede nulla.

Eppure, per capire dove spendere questi fondi, tra ottobre 2021 e gennaio 2022 l’Anci aveva realizzato un’indagine sulle condizioni abitative dei migranti occupati nel settore agro-alimentare, la prima mappatura dei ghetti a livello nazionale.

Un questionario è stato inviato a tutti i 7.904 comuni italiani e a rispondere sono stati 3.851, cioè il 48,7%: 38 hanno dichiarato la presenza di insediamenti informali non autorizzati, 3 nel Nord ovest, 2 nel Nord est, 4 nel Centro, 21 nel Sud, 8 nelle Isole; 12 in Puglia, 8 in Sicilia, 5 in Calabria, 3 in Campania, 2 in Piemonte, Lazio e Veneto, 1 in Abruzzo, Liguria, Marche, Toscana.

In tutto 150 insediamenti informali, per oltre 10mila ospitati. Gli insediamenti più grandi si trovano a Manfredonia (4 mila presenze) e San Severo (2 mila), 77 insediamenti risultano avere meno di 100 abitanti, 15 insediamenti hanno presenze uguali o superiori a 100.

Un momento della manifestazione contro il razzismo e il caporalato, Napoli, 22 giugno 2024. ANSA / CESARE ABBATE

Numeri più alti emergono dall’ultimo Rapporto agromafie e caporalato, dell’Osservatorio Placido Rizzotto della Flai Cgil, che ha individuato 405 tra località e aree in cui lo sfruttamento è sistematico: 45 nel Nord ovest, 84 nel Nord est, 82 al Centro, 123 al Sud e 71 nelle Isole.

Un fenomeno nazionale: in Sicilia ci sono 53 aree, in Veneto 44, in Puglia 41, nel Lazio 39, in Emilia-Romagna 38, in Calabria 29, in Campania 28, in Toscana 27, in Piemonte 22, in Lombardia 21. Dunque di informazione sui ghetti e lo sfruttamento ce n’è in abbondanza. Eppure i 200 milioni del Pnrr sono fermi. Così col decreto legge n.19 del 2 marzo 2024, viene previsto un commissario per agevolarne la spesa. Doveva essere nominato entro 30 giorni, arriva dopo 3 mesi, ed è il prefetto di Latina, Maurizio Falco.

Quando la Flai Cgil ha più volte denunciato questi ritardi è stata ignorata, ora dopo la morte di Satnam Singh tutti ne hanno parlato, almeno per un po’ di giorni. Eppure col “decreto Sud” n.91 del 20 giugno 2017 erano già stati nominati ben tre commissari, per le aree di Manfredonia, San Ferdinando e Castel Volturno, quelle con la maggiore concentrazione di ghetti e sfruttamento. Ma sono durati solo un anno.

Con l’arrivo del governo gialloverde sono stati eliminati e i commissari sono diventati i prefetti di Caserta, Foggia e Reggio Calabria. Così da sei anni ogni prefetto di questi tre territori è anche commissario, ma risultati non se ne vedono.

Ma i ghetti non esistono solo in questi tre territori. Più piccoli, diffusi, nascosti, ne esistono ancora a Sabaudia e Terracina in provincia di Latina, nell’Agro Aversano dove è morto Jerry Masslo, nella Piana del Sele dove i diritti si sono fermati a Eboli, in Basilicata a Bernalda, in Calabria nella Piana di Sibari e a Lamezia Terme, in Sicilia a Selinunte, Pachino e Acate, in Puglia a Cerignola e Lesina, in Piemonte a Alba e Saluzzo.

Anche qui morti bruciati, morti ammazzati, morti investiti mentre in bicicletta tornano ai ghetti, morti scomparsi, morti in incidenti sul lavoro spesso nascosti, morti di malattia non curata o curata male. Tutti senza lo spazio di una breve sui giornali.

Partecipanti alla manifestazione contro il caporalato organizzata dopo la morte di Satnam Singh, Latina, 22 giugno 2024.
Foto: Ansa/STRINGER

«Non servono nuove norme, non serve inasprire le pene. Basterebbe applicare quelle che ci sono e soprattutto fare prevenzione, partendo dall’eliminazione dei ghetti» mi ha detto pochi giorni fa il procuratore di Foggia, Ludovico Vaccaro, tra i magistrati più impegnati nella lotta allo sfruttamento. Aggiungendo che «non si può andare solo con le ruspe e abbattere un Paese, perché dobbiamo occuparci comunque di assicurare un tetto a queste persone. E ricordiamo – sono sempre le sue parole – che il ghetto è il serbatoio del caporalato. Perché lì, grazie a chi svolge questa attività illecita, c’è l’incontro tra offerta e domanda di lavoro. E anche il conseguente trasporto verso i campi. Per questo oltre all’abitazione dignitosa, occorre che nei centri dove questi immigrati vanno ad abitare ci sia la possibilità di incontrare la domanda di lavoro e garantire attraverso i servizi pubblici il trasporto in modo da togliere linfa vitale al caporalato».

L’attuale governo annuncia la mano pesante. Ma come sempre solo in chiave “securitaria”, con aumento delle pene. Peccato che quando nel 2016 venne approvata la legge 199, la “legge anticaporalato”, proprio dal centrodestra vennero le critiche che era troppo dura verso il mondo agricolo. Ma da allora sono state ben 834 le inchieste avviate da 66 procure, circa la metà del totale, sullo sfruttamento dei lavoratori: 229 al Nord, 227 al Centro e 378 al Sud, a conferma della diffusione nazionale, come emerge dal Quinto Rapporto del Laboratorio sullo sfruttamento lavorativo e la protezione delle sue vittime elaborato dal Centro di ricerca interuniversitario l’Altro Diritto, insieme all’Osservatorio Placido Rizzotto. Ma la repressione (quella vera e quella sbandierata) non basta se non accompagnata dalla prevenzione.

Eppure gli strumenti ci sarebbero. Nel 2014 col decreto legge 91, viene prevista la Rete del lavoro agricolo di qualità, istituita presso l’Inps. Nasce come strumento di contrasto del fenomeno del lavoro sommerso e irregolare, dando vita ad una sorta di “white list”, una certificazione etica. Le aziende agroalimentari aderenti alla rete, non devono aver riportato condanne penali per violazioni della normativa in materia di lavoro e legislazione sociale, essere destinatarie, negli ultimi tre anni di sanzioni amministrative per violazioni in materia di lavoro, legislazione sociale e rispetto degli obblighi relativi al pagamento delle imposte e delle tasse e dovranno essere in regola con il versamento dei contributi previdenziali e dei premi assicurativi.

Per loro è prevista la “premialità” di non essere prioritariamente oggetto dei controlli degli organi di vigilanza del Ministero del lavoro e dell’Inps. L’iscrizione alla Rete viene ufficializzata con la pubblicazione sul sito dell’Inps dell’elenco delle aziende ammesse, in continuo aggiornamento. Ci dovrebbe essere un’iscrizione in massa e invece su 1.133.000 aziende agricole italiane attualmente solo 6.521 risultano iscritte, lo 0,57%.

Un momento della manifestazione contro il razzismo e il caporalato, Napoli, 22 giugno 2024. ANSA / CESARE ABBATE

Con la “legge anticaporalato” sono state create le Sezioni territoriali/provinciali della Rete del lavoro agricolo di qualità, “cabine di regia” composte dai diversi soggetti pubblici, economici e sindacali. Un altro mezzo fallimento. Attualmente sono 48 su 107 tra province e città metropolitane, in tutte le regioni tranne Veneto, Friuli Venezia Giulia, Valle d’Aosta, Umbria, Abruzzo e Molise. Dunque le leggi ci sono, sia repressive che di prevenzione. Non ne servono di nuove. Vanno fatte funzionare. Soprattutto quelle a tutela delle vittime, per spingerle a denunciare lo sfruttamento, favorendo la regolarizzazione e il mantenimento del posto di lavoro. Ma di questo proprio non si parla. Fino al prossimo morto sul lavoro? Forse non basterà.

Solo in provincia di Latina i braccianti morti sul lavoro sarebbero almeno 15 all’anno. Spesso fantasmi anche in morte, camuffati da morti in incidenti stradali. Ma non è storia recente. Il 4 ottobre 2007 l’allora ministro dell’Interno, Giuliano Amato invia ai questori una circolare invitandoli «a valutare la possibilità di concedere un permesso di soggiorno per protezione sociale, anche nei confronti di quegli immigrati verso i quali saranno accertate situazioni di violenza o di grave sfruttamento sul luogo di lavoro». Proprio quello di cui, 17 anni dopo, si sta parlando in questi giorni, dopo la tragica morte di Satnam Singh. Anzi, si è parlato. Poi nuovamente silenzio.

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