Per gli ultimi, con coraggio

L’idea di questa intervista mi è venuta durante un convegno sul cervello morale tenutosi a Roma qualche settimana fa. Si discuteva sulle basi fisiche e neurologiche dei nostri comportamenti morali. Il programma annunciava la presenza, oltre ad un famoso scienziato americano, di due filosofi della scienza, esponenti dell’approccio più rigorosamente laico, e della neuropsichiatra Paola Binetti. Confesso che ero molto curioso di vedere come sarebbe andato a finire uno scontro che si annunciava molto caldo. Alla fine, lo scienziato americano ha confessato che prima pensava che tutti i cattolici fossero stupidi, mentre ora aveva cambiato idea. E uno dei due filosofi ha concluso commentando che aveva imparato dalla Binetti come esporre le proprie argomentazioni in modo fruibile dal largo pubblico e rispettoso. L’appuntamento per l’intervista è davanti al Senato, seduti ad uno dei tavolini del famoso bar Sant’Eustachio, dove si consuma uno dei caffè più buoni di Roma. Senatrice, chi è Paola Binetti? Sono un medico che ha fatto una scelta professionale, tanti anni fa. Convinta che bisogna dare un senso alla propria vita mettendo al servizio delle persone la propria intelligenza e capacità di comprendere i bisogni degli altri. Appartengo a quella categoria di tanti anni fa per cui fare il medico rappresentava una scelta di tipo esistenziale in cui si coniugavano testa, cuore e capacità organizzative. Avendo come punto di riferimento i bisogni espressi dalle persone che non avevano chi se ne potesse prendere cura; mi riferisco alla scelta per la neuropsichiatria infantile, che tanti anni fa non disponeva di mezzi terapeutici adeguati, ma solo di capacità di attenzione ed accoglienza per rendere disponibili a questi bambini le risorse sociali ed educative necessarie, supportando le loro famiglie. In altre parole, per me l’attenzione prioritaria va data alle fragilità, agli ultimi, ai più deboli. Ha qualcosa a che fare questo con la sua convinzione che l’embrione è una persona e vada comunque difeso? Ha a che fare col fatto che per chiunque, qualunque tipo di problemi abbia, anche quando sembra che l’intelligenza sia offuscata, o non possa avere uno sviluppo autonomo, o non abbia la possibilità di giocare e di affrontare le situazioni col gusto di chi ama la vita, anche quando tutto questo sembra che non ci sia, per chiunque credo la vita vada comunque la pena di essere vissuta. E chi ne può godere pienamente dovrebbe rendere disponibili i propri talenti a vantaggio di queste persone. Lei fa parte del Comitato nazionale di bioetica e si trova accanto a persone che non hanno un riferimento religioso, quindi fanno fatica a trovare le sue stesse motivazioni. Come si pone in questo contesto? Nel Comitato di bioetica il punto di riferimento non è la religione, ma la ragione umana. Credere che la ragione umana ha la capacità di cogliere il senso dell’esistenza e della vita. Non è questione di prescindere dal senso religioso, ma di credere che la ragione in qualche modo è in grado di trovare in se stessa la risposta a tutto questo. Quindi non è essenziale il riferimento religioso… Intanto io credo che un senso religioso nell’accezione più ampia ce l’abbiano tutti gli uomini, perché rappresenta quell’ansia, quella nostalgia di infinito che ci caratterizza come famiglia umana. Mi riferisco al bisogno di Dio che secondo me c’è nel cuore di ogni uomo, magari il Dio ignoto come lo chiamava chiamavano gli Ateniesi. Poi ognuno lo può trovare attraverso le circostanze storiche, che rientrano anche queste nel disegno di Dio e possono essere diverse per ognuno.Ma in tutti rimane quest’ansia di verità, questo bisogno di ricerca…. Questa può essere la base comune… Sì. Questa è anche la fatica dell’intelligenza che cerca. Dobbiamo essere in grado di darci delle argomentazioni, di dire perché crediamo che una certa cosa sia vera, spiegare. E quando qualcuno chiude il dialogo dandole dell’oscurantista, come reagisce? Mi piace citare una frase del fondatore dell’Opus Dei: davanti ad una luce troppo forte, istintivamente si chiudono gli occhi per non essere abbagliati. Ci dobbiamo concedere un minimo di tempo di adattamento alla luce prima di poterli riaprire. Quindi se oscurantista di riferisce a quel momento in cui siamo abbagliati, può anche essere che ciascuno di noi chiuda gli occhi, ma poi si riaprono per guardare il mondo e cercare risposte. Non mi sento proprio un’oscurantista! In questo momento lei è al centro dell’attenzione per le vicende di etica, staminali ecc. E prende schiaffi da tutte le parti, dalla parte cattolica perché sembra concedere troppo, dalla parte scientifica perché la rimproverano di essere poco attenta alle esigenze della ricerca. Chi glielo fa fare di stare in mezzo a questa spaccatura? Intanto il valore della verità. Che va affermata e proclamata nella misura in cui ognuno di noi si sforza di cercarla e raggiungerla, anche contro i pregiudizi che ci possono essere nelle due parti. Mi sembra importante che ognuno di noi questo lo faccia senza presunzione, attraverso il proprio lavoro professionale. Senza atteggiamenti di sudditanza, né da un lato né dall’altro. Nel concreto, abbiamo due risposte: quella della fede, che cerca di posizionare una verità alta e che a volte, per paura che questa verità possa essere contaminata e perdere il suo splendore, accentua eccessivamente i toni punitivi nei confronti di coloro che non abbracceranno questa verità. Dall’altra, c’è la risposta della ricerca scientifica che faticosamente cerca di trovare una soluzione che dia ragione della dimensione etica, e quindi della non disponibilità della vita dell’embrione, ma dia ragione anche del bisogno di conoscere che caratterizza l’uomo nella sua dignità più alta. Come diceva Dante: fatti non foste a viver come bruti. Non dimentichiamo che noi europei, nel contesto universale, rappresentiamo una delle punte avanzate del sapere. Non del sapere tecnico, o scientifico, o filosofico, o giuridico, ma di quella sintesi straordinaria che continuamente l’uomo occidentale fa. Una sintesi sofferta. Insomma dobbiamo ricordare ad alcuni i diritti della ragione, ad altri i diritti della fede. Sembra quasi contenta di stare nella spaccatura… Sono contenta di dare un contributo per avvicinare il mondo della scienza a quello della fede. Per me come per molti altri l’enciclica Fides et ratio di Giovanni Paolo II rappresenta il riferimento, la sfida per l’uomo di scienza che si interroga coerentemente con le proprie verità di fede. Comunque, l’impressione è che non sia proprio facile essere cattolici e fare politica allo stesso tempo… Non è più difficile che essere cattolici e fare qualsiasi tipo di lavoro professionale che ti sollecita a mettere in gioco tutti i valori in cui credi. La vera sfida è affermarli con generosità e coerenza, ma allo stesso tempo gettare ponti, cercare la comprensione dell’altro, il punto di incontro. Ci sono carismi diversi che appartengono a scelte diverse, ma il carisma principale come ci ricorda Benedetto XVI è uno solo: la carità. Leggendo i giornali, ho avuto l’impressione che Paola Binetti sia rimasta un po’ amareggiata dopo il convegno di Rimini… No, ho stima per Comunione e Liberazione, come movimento e come persone che cercano col loro lavoro di rendere visibile anche la loro testimonianza di fede. Non sono amareggiata, ma solo dispiaciuta di non esserci capiti, di non essere stata capace di spiegarmi. Ma continuerò a provarci. Dunque non è vero che ha intenzione di mollare? No. A parte che sono passati solo 100 giorni, ma comunque sono ben lontana dal voler mollare. Lei ha fatto molto per i giovani, creando centri di ascolto, club, una rete di solidarietà. Anche a loro insegna ad aver coraggio nella vita? Quando i miei studenti mi chiedono consiglio sulla facoltà da scegliere all’università, rispondo loro che devono fare quello che vogliono veramente, cosa non facile in quanto spesso i ragazzi non hanno un’idea ben chiara di cosa vogliono. Comunque, qualsiasi cosa decideranno troveranno tante difficoltà. L’energia morale per affrontarle ed assumersene la responsabilità senza scaricarla sugli altri, è tutta in questa opzione fondamentale che, anche a livello professionale, ognuno di noi deve avere chiara: nessuno deve dire sono stato obbligato, oppure ho fatto questa specializzazione perché qualcuno me l’ha detto. La capacità di fare fronte alle difficoltà, senza attribuirne colpa, responsabilità o insuccesso ad altri, sarà il banco di prova di questa generosità originaria. L’unica cosa fondamentale di cui il giovane non va mai scippato è il senso della responsabilità personale, che definisce il proprio stato nei confronti della vita, la propria progettualità intenzionale . Un concetto che lei sottolinea spesso è l’importanza dell’educazione all’affettività nella famiglia. Una famiglia genera figli, ma prima ancora una coppia genera legami, cioè capacità di amare. Una famiglia che non insegni ad amare opera contro se stessa e contro natura. È nella famiglia che si impara ad amare perché, come dice il papa, la famiglia è l’unico luogo in cui ognuno è amato per se stesso, non perché è bello, buono o bravo. La consapevolezza di essere amato così come sono mi porta ad assumere l’atteggiamento mentale di amare gli altri per ciò che sono e non per ciò che danno a me. È il paradigma della generosità, perché nessuno dà quello che non ha ricevuto. Su scienza e fede come si può migliorare il dialogo? La cosa essenziale è la formazione. Di tutti. Degli scienziati, che devono capire di più cos’è la fede, dei giovani e anche dei pastori, che devono capire correttamente cos’è la scienza. Ci vuole una grande umiltà per comprendere non solo le proprie ragioni ma anche quelle dell’altro. In questo dialogo però il sapere è condizione necessaria, ma non sufficiente. È necessaria infatti anche l’etica del comportamento, giorno per giorno: saper vivere di fede, ma anche saper vivere di scienza. Non fare quindi dello scientismo, ma neanche avere la superficialità intellettuale che porta a dare giudizi su cose che non si conoscono. Esiste una quotidianità di impegno che ti obbliga ad approfondire la tua vita di fede e la tua vita di scienza. PER SAPERNE DI PIÙ Paola Binetti è psicoterapeuta, specialista in psicologia clinica e neuropsichiatria infantile. Direttore del Dipartimento per la Ricerca Educativa e Didattica presso l’Università Campus bio-medico di Roma, è anche presidente della Società italiana di pedagogia medica e vicepresidente della Società italiana di informatica medica. È attualmente membro del Comitato nazionale di bioetica, mentre durante la battaglia per il referendum sulla fecondazione assistita è stata presidente del Comitato Scienza & Vita per la legge 40. Presso l’Università Campus bio-medico di Roma insegna Storia della medicina, Psicologia clinica e Scienze umane. Dal 1973 al 1990 ha diretto un Centro di orientamento per adolescenti con servizio di consulenza ai genitori. Ha partecipato a numerosi progetti di ricerca in Italia e all’estero. Ha al suo attivo oltre 200 articoli su riviste, oltre che numerosi volumi nel campo della Medical Education. Alle ultime elezioni politiche Paola Binetti è stata eletta senatrice, nelle liste dell’Ulivo. È stata designata membro della 12° Commissione del Senato per Igiene e Sanità. Per informazioni più dettagliate si può consultare il sito ww.paolabinetti

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