Per crescere un bambino ci vuole l’intero villaggio.

Sono di ritorno dall’Algeria e ho di fronte a me nell’aereo una bambina di circa un anno. Ammiro l’amore con la quale la mamma si occupa di lei e le hostess che le fanno le coccole. E penso ad un proverbio africano che amo molto: Per crescere un bambino ci vuole l’intero villaggio. Leggo poi il giornale e l’editoriale è dedicato a recenti gravi episodi di inciviltà nelle scuole superiori, che ormai sono talmente comuni e reiterati da non poterli più considerare casi isolati dei soliti bulli della classe. Nel mio lavoro quotidiano di insegnante sono sempre più stupito dalla crescente mancanza di quella che una volta si chiamavano buona educazione e del rispetto di chi è più adulto. In generale, c’è un fenomeno che continua ad interrogarmi. I bambini di oggi sono mediamente molto più vivaci, brillanti e direi intelligenti di quanto non fossimo io e i bambini della mia generazione. A volte, interagendo con i miei nipoti, mi sembra di avere a che fare con dei piccoli geni che a cinque anni maneggiano il computer, dicono la loro su questioni complicate, rispondono da adulti ad un rimprovero, pongono in essere strategie complesse per avere un regalo. Poi ritrovo questi piccoli geni qualche anno dopo nella mia università e non li trovo più intelligenti dei giovani della nostra generazione, e a detta di molti, meno capaci di impegno e di disciplina. La domanda che mi pongo spesso è allora che cosa accade a quei bambini tra l’infanzia e la giovinezza? Perché questa potenzialità dell’infanzia sembra in parte perdersi lungo la strada? Lascio le analisi agli specialisti, e mi limito ad una riflessione più sul mio terreno. La mia impressione – pensando a quel proverbio africano – è che questa parziale fioritura, questo processo formativo che sembra incepparsi, dipenda soprattutto dall’assenza della comunità. La piscina e la palestra, la scuola di musica o quella di inglese, dormire dall’amica del cuore: sono brani di vita in comune, ma non sono una comunità. La frammentazione dei rapporti sociali scarica l’educazione sulla famiglia (e sempre più su singoli madri e padri), un compito che nelle società di solo pochi decenni fa era in buona parte condiviso dall’intero villaggio. Oggi la comunità fa paura alla società di mercato, perché la vede come una limitazione di libertà, come un insieme di vincoli.Ma senza comunità un bambino raramente diventa un buon cittadino. La bambina di fronte continua a guardarmi con due occhi di paradiso: viene voglia di fare qualcosa di più per migliorare quel mondo nel quale crescerà.

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