Pensare con la propria testa

A proposito dell’articolo “Il futuro ha fretta” di Giulio Meazzini pubblicato sul n. 9/2011.
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Campagna culturale

 

«L’articolo mi ha suscitato una riflessione. Sia il titolo che il tema “promettono” una qualche risposta, ma arrivati alla fine della lettura, si rimane un po’ a bocca asciutta con un senso di delusione per un’attesa non corrisposta. È chiaro che su una tematica così vasta, e di fatto molto recente, nessuno possa presumere di avere le “soluzioni in tasca”.

«Mi domando se su tutta la questione non si debba avere presente un preciso orizzonte: la cultura umanistica e “libresca”, che ha dominato per secoli, ha avuto (tra gli altri) l’obiettivo ben individuato (e forse la presunzione) di mantenere svegli nelle singole persone e nella società il desiderio di sapere, la voglia di conoscere, la tensione alla verità. Verità da intendersi anche nella sua valenza valoriale, di individuazione e distinzione del male e del bene.

 

«In altri termini, tale cultura si è assunta coscientemente il compito di formare persone capaci di “pensare con la propria testa”, che avessero l’ardire e l’ardore di decidere della propria vita. Non solo quindi dotate di abilità professionali e pratiche.

«A dimostrazione di ciò, ricordo benissimo il perdurante dibattito sul “primato” del liceo classico sugli altri licei e istituti secondari: si sosteneva che il classico, con il suo greco e latino predominanti sulle materie fisico-matematiche non costituisse una perdita di tempo neppure per futuri medici e ingegneri, perché educava alla logica e alla proprietà nell’uso della lingua, della parola.

Al di là della validità o meno di tale risposta e della sua sostenibilità, ciò che qui conta è l’accento su quelli che erano ritenuti gli strumenti qualificanti per il vivere sociale (la logica e la lingua) che consentono di pensare in modo razionale e “critico”.

 

Per arrivare al dunque: il problema di fondo allora non si può fermare a una descrizione fenomenologica del mezzo tecnologico, cartaceo o informatico, di cui si fa uso in ambito familiare o scolastico. Il problema è se e come tali mezzi, così ammalianti e potenti, possono offrire alle nuove generazioni occasione di crescere come persone che “pensano” in modo personale, logico e critico. Uno sforzo congiunto di informatici, psico-pedagogisti, filosofi della conoscenza, metafisici e teologi potrebbe contribuire a far sì che la tecnologia informatica non corra il rischio di distruggere il senso e il bisogno di verità, anche morale, che va faticosamente perseguita e cercata.

«Propongo una grande campagna culturale al motto di: “Desiderio di cultura è già cultura”. Oppure: “Sapere per essere”».

Donato

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