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Cultura > Cinema

Pellicole nostrane

di Mario Dal Bello

- Fonte: Città Nuova

Natale è alle porte e i film di produzione italiana non si sprecano: ce ne sono in quantità notevole ogni settimana, nonostante le sale non si riempiano, tranne per qualcuno (The Place ha superato i 4 milioni d’incasso).

Avrà di sicuro successo la terza e ultima parte della saga Smetto quando voglio ad honorem di Sidney Sibilia. La simpatica banda truffaldina  di intellettuali sprecati e costretti a lavori  inutili a cui si sono ribellati, è ora in carcere. Ma ora c’è un nuovo vero  cattivo, un ex compagno di studi di Pietro Zinni (Edoardo Leo), Walter Mercurio (Luigi Lo Cascio, faccia davvero mafiosa) che si vuole vendicare degli accademici universitari che ne hanno frustrato le giuste aspettative e farli fuori con una bomba, non importa se moriranno degli innocenti.  La banda deve perciò darsi da fare, riunirsi nello stesso carcere, e cercare l’aiuto del boss malavitoso Er Murena (Neri Marcorè) laureato in ingegneria navale. Devono perciò evadere dal carcere per anticipare le mosse del cattivo che è pronto a far saltare in aria l’università e la gente che verrà ad una cerimonia di lauree ad honorem.

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Come sempre corale, il film racconta l’avventura del gruppo – molte battute sono esilaranti – e punzecchia parecchio l’ipocrisia di politici e accademici. Con una pepata e sottile dose di cattiveria che pareggia il ritmo sprizzante, le trovate simpatiche, riuscendo a far sorridere e, perchè no? A pensare.  La trilogia così finisce in satira, benevola fino ad un certo punto, interpretata con saporosa allegria dal gruppo dove il regista regala, con gusto, brillanti camei a ciascun interprete.

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Decisamente altra atmosfera nel film di Francesca Comencini, tratto dal suo romanzo,  Amori che non sanno stare al mondo.  La storia di due professori universitari, Claudia e Flavio che vivono un storia d’amore intensa tale da lasciarsi e ritrovarsi più volte, incontrarsi e scontrarsi. Lei è ossessionata da questo amore. Ma si tratta più di passione che di amore, perchè non è disposta a cedere in nulla davanti a lui che si “difende” non volendo figli, responsabilità, matrimonio: impaurito quasi da una lei aggressiva, che anche dopo essersi lasciati, lo tormenta con sms e si tormenta in maniera maniacale. Entrambi poi fuggono cercando altre soluzioni, lui con una più giovane che lo convince a sposarla, lei con un’altra donna. Legami che non donano felicità, così che ciascuno rimane solo con sè stesso, in una pace che è apparente calma, non tanto dei sensi quanto della mente. Nessuna felicità tuttavia, e le solitudini continuano, ognuno per la propria strada in una Roma panoramica, trafficata, tra esami universitari, cene con colleghi: un mondo rarefatto, artificiale in cui vive una società intellettuale chiusa in sè stessa. Manca una visione ampia nel film, concentrato sul rapporto ambiguo tra i due, sulla preminenza femminile sul maschio impaurito – tema già noto – e attraversato da un male di vivere sofisticato, al punto da risultare eccessivo e poco credibile. La recitazione molto fisica di Lucia Mascino e di Thomas Trabacchi non aiuta, perchè è fin troppo ricercata da risultare fredda. Film intellettualistico, trova forse un punto a suo favore nelle performance dei ruoli secondari come la commovente Cecilia di Simonetta Solder e l’amara anchor woman di Iaia Forte.

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