Pdl, “moralità del fare”

Questa, secondo Berlusconi, la fisionomia della nuova compagine, il Popolo della libertà. Una pluralità di formazioni per il più grande partito italiano.
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Gli aderenti hanno scelto di chiamarlo popolo e non partito della libertà, e la grande manifestazione di fine marzo che ne ha segnato la nascita è stata a misura: seimila delegati (ma le presenze alla Fiera di Roma sono state molte di più), mille giornalisti, decine e decine di oratori, sotto una regia efficacissima. E ancora numeri: 43,2 per cento il consenso che i sondaggi veri (citati da Berlusconi) accreditano al neonato partito, ma 51 per cento l’obiettivo di cui lo stesso presidente si dice personalmente certo. Il Pdl nasce così, fastoso e festoso, per avviare nel Paese – come ha illustrato Berlusconi – la rivoluzione liberale, borghese e popolare, moderata e interclassista. Nasce dal superamento di una serie di partiti e movimenti singolarmente diversi per storia ed estrazione culturale; i più noti e macroscopici, Forza Italia e Alleanza nazionale. Ma va rilevato come il nuovo soggetto politico faccia superare un’altra decina di organismi: dalla Democrazia cristiana per le autonomie al nuovo Psi, dal Partito repubblicano ad Alternativa sociale, ai Popolari liberali, Riformatori liberali, Destra libertaria, Cristiano popolari; e poi i Circoli della libertà di Michela Brambilla, quelli del Buongoverno di Marcello Dell’Utri, i movimenti di Sergio De Gregorio e Lamberto Dini ed anche le Case del cittadino dei liberali Biondi e Costa, ed altri.

Un pluralismo che lascia sotto traccia le tematiche culturali e valoriali, emerse soprattutto dalle questioni (tutte di gran peso) po- ste da Gianfranco Fini, che evidenziano la diversa visione su fronti quali la bioetica e il referendum elettorale. Diversità che fatalmente riemergeranno, ma che al momento, trovano una sintesi oltre che nella leadership indiscutibile di Silvio Berlusconi (acclamato presidente del partito con entusiasta unanimismo), in un pragmatismo fattivo elevato a moralità del fare, secondo le parole del premier. Vale a dire, volontà di dare risposte ai problemi degli italiani, tanto a livello nazionale, quanto locale. In effetti, dal congresso emerge un tratto significativo del nuovo partito: una certa enfasi sulle amministrazioni locali, il che esprime al contempo cultura di governo e radicamento territoriale. Il Pdl, infatti, nasce con la dote di un cospicuo consenso elettorale, ma anche con la forza della partecipazione dei cittadini, tra cui tanti giovani: è ciò che ha testimoniato, ad esempio, il neo presidente della regione Sardegna, fresco di vittoria. Il Pdl quindi entra da protagonista nel panorama politico nazionale, conferendogli una identità nuova, sulla scia di quanto già tentato dal Pd: la presenza di un soggetto forte e solido – che è già alla guida del Paese e che si propone di consolidarla – si traduce in una prospettiva di stabilità che certamente è positiva, pur collocata, ovviamente, in un quadro di alternanza.

Spiace però, va detto, la tentazione all’asso pigliatutto che trapela dalle parole di Berlusconi con riferimento alle riforme istituzionali, da fare, seppur come estrema soluzione, anche da soli. La capacità di recuperare stima e voglia di lavorare assieme, maggioranza e opposizione, continua ad essere il banco di prova della concezione della politica e della democrazia (e quindi dei metodi che se ne praticano), di cui le parti sono portatrici. E naturalmente ciò vale per tutte, dal Pdl al Pd, dall’Udc all’Italia dei valori. È su questo terreno che anche il nuovo partito, con la responsabilità aggiuntiva di essere maggioranza, deve dimostrare di voler investire la propria forza ed il proprio credito per costruire un Paese coeso, anche da istituzioni condivise. Un Paese, inoltre, che non abbia solo una moralità del fare ma anche una moralità dell’essere. È quanto serve anche in questo momento per affrontare l’enorme tragedia verificatasi in Abruzzo, che si aggiunge alla pesante crisi economica.

HO VISTO LA NOVITÀ

Dal di dentro della nuova formazione politica, una visione del neonato partito.

Una folla vivace, diversificata, connotata da molti giovani, dei quali non ci si aspettava una presenza così significativa e determinante ha partecipato, a fine marzo, alla fondazione del Pdl, il più grande partito politico italiano, compagine popolare di massa, che ha posto fine a due realtà che hanno determinato la politica nazionale recente, Forza Italia e Alleanza nazionale. Ciò che ha toccato tutti è la nascita di una realtà politica di uomini e donne che portano in cuore l’impegno concreto di una politica a servizio del Paese. Non uniti da una ideologia, ma da ideali comuni per sperare anche quando si cammina su un terreno sconosciuto come quello dell’attuale e profonda crisi socio-economica. Il desiderio è quindi di servire l’Italia e gli italiani e non di servirsi di essi; di unire il Paese anche con grandi scelte come quella del federalismo, non lasciando indietro nessuno; di far crescere le virtù, perché chi ha meno possa avere di più, con una linea che metta in equilibrio società politica e mercato. Molti i rimandi all’opposizione della quale si sono riconosciuti, oltre alle critiche talvolta incalzanti, gli apporti costruttivi. E il passato? Negli interventi e nei commenti qualche commosso accenno ai partiti di provenienza, ma con la consapevolezza di radici fondamentali nella nascita della nuova formazione politica che è un segno dei tempi, una risposta coerente alle istanze attuali e certamente una sfida. Perché il Pdl è sorto da un patto fra partiti, ed è quindi un nuovo soggetto in continuo divenire di pensiero e azione, i cui componenti saranno chiamati a sperimentare l’unità nella diversità. Nulla di scontato: staremo a vedere! Sono state dette parole concrete, comprensibili, pratiche, che hanno già visto nella drammatica realtà del terremoto in Abruzzo un agire silenzioso e rapido, in cui chi ha responsabilità ha saputo stimolare la solidarietà fra tutti, materializzando lo Stato accanto ai colpiti.

Annalisa Colombo Giudici

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