Pd, mors tua mors mea

Finita la lunga stagione delle ideologie, il progetto includente del 2007 che portò alla nascita del Pd, cioè la fusione fredda tra due culture politiche, quella post- comunista e quella del cattolicesimo sociale, sembra arrivare al capolinea 10 anni dopo

In tre giorni, prima l’Assemblea, che ha registrato il permanere delle divisioni interne, poi la Direzione del partito per definire la cornice in cui si svolgerà il congresso, senza Renzi (dimissionario da segretario) e senza la partecipazione delle minoranze. Al momento in cui scriviamo la scissione del Partito democratico appare inevitabile e irreversibile.

A chi giova e chi ci perde? Proliferano sui media i sondaggi sul possibile consenso dell’elettorato nei confronti dei due tronconi derivanti dal processo scissionista. Da prendere con le pinze e con il beneficio del dubbio: perché il Paese reale ha ben altri pensieri di cui occuparsi che non le vicende interne a un partito.

Ciò che è certo è che, finita la lunga stagione delle ideologie, il progetto includente del 2007 che portò alla nascita del Pd, cioè la fusione fredda tra due culture politiche, quella post- comunista e quella del cattolicesimo sociale, sembra arrivare al capolinea 10 anni dopo. È l’epilogo di una storia, forse di un sogno e di un’utopia. È l’affermazione di un incomprensibile assioma: l’unità, cioè un progetto capace di tenere insieme le differenze sulle base delle ragioni coesive, conterebbe meno delle posizioni identitarie e divisive, ancorché non di grandissimo rilievo. La crescente rigidità del dibattito politico fa emergere l’esistenza di un conflitto di visioni fondato su posizioni politiche che appaiono inconciliabili e radicalmente alternative, anche all’interno di uno stesso partito.

E proprio perché il “consenso per intersezione”, secondo il pensiero di Rawls, può apparire irraggiungibile, occorrerebbe ricomprendere in modo dinamico le divisioni all’interno di un percorso di riconoscimento reciproco, arginando la possibilità che il legittimo “conflitto di visioni” degeneri in un “conflitto tra persone”. Rimane attuale, al riguardo, l’affermazione di Hannah Arendt, per la quale «il valore dell’uomo viene giudicato dal grado in cui egli agisce contro il proprio interesse e contro la propria volontà».

In altre parole: il valore dell’uomo (di un politico) è commisurato dalla sua disponibilità a perdere la propria visione parziale in favore di una visione più generale, anche se, per questo, dovesse rinunciare a qualche beneficio o vantaggio per sé stesso o per la propria corrente politica. Basterà per scongiurare la scissione?

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