Pavarotti e Dalla, relazioni pericolose

Il primo fu Pavarotti. Funzionò alla grande ed altri seguirono, con alterne fortune. Ma a dirla tutta, l’ibridità stilistica è sempre stata una costante nella storia della musica: solo che i confini e gli intrecci tra quella popolare e quella colta si son fatti via via più labili, confusi, contradditori. Fino a generare liaison ancora più perigliose e spericolate di quelle raccontate nel celeberrimo romanzo di Laclos. Se il successo di big Luciano e di Bocelli ben dimostrano tutti i vantaggi – in termini economici e di popolarità – che gli artisti classici possono ottenere flirtando col pop, in epoche più recenti non sono pochi quelli che hanno tentato il corteggiamento opposto. Anche in questo caso non mancano predecessori illustri, per quanto risulti evidente che tali impulsi siano generalmente innescati da tutt’altre motivazioni: prima tra tutte il bisogno di dare alla propria carriera un pedigree di profilo più alto di quanto non consentano gli applausi del canzonettismo modaiolo. E così ecco l’Elton John a scimmiottare l’Aida, e il Dalla a rifare la Tosca. Ma potremmo citare anche il Costello che rincorre i fantasmi di Kurt Weil, la Joni Mitchell di Travelogue, il Joe Jackson più recente: tutta gente spinta anche dal bisogno di costruire un’alternativa praticabile alle desolanti routine e ai consunti stereotipi espressivi del pop-rock contemporaneo. Pavarotti e Dalla, dicevamo. Il primo ha di recente licenziato Ti adoro, il primo disco dichiaratamente pop della sua carriera. Con la guida del produttore Michele Centoze (già alla corte di Jovanotti) e qualche firma blasonata, la sua preziosa e ormai più che stagionata ugola gigioneggia tra melodie appesantite da arrangiamenti troppo roboanti (su cui svetta un improbabile swing) e testi piuttosto insipidi. Il risultato è un disco già definito “atroce” da più di un critico classico e parimenti indigesto per la stragrande maggioranza dei consumatori pop; con l’eccezione dei soliti nostalgici italoamericani, innamorati di un Bel Paese che non esiste più se non nei ricordi dei loro nonni. C’è anche la dalliana Caruso, in questo disco, uno di quei capolavori nati da un lampo di genio che poi gli stolti s’incaponiscono a voler replicare a tavolino, con esiti non di rado stucchevoli. Non a caso inizialmente questo progetto doveva essere concepito proprio insieme al divin Lucio: non se ne fece nulla, perché nel frattempo il suddetto s’era messo in testa di reinventarsi la Tosca, cavalcando l’onda lunga del ritorno dei musical. Così mentre Pavarotti andrà a chiudere la sua carriera tenorile nel marzo prossimo, e proprio con la Tosca (quella vera), ecco Dalla scodellarne una versione poppizzata che lui stesso definisce “a metà strada tra la tradizione e Matrix”. Al di là dei nobili intenti divulgativi Tosca, amore disperato è costato quattro milioni di euro (il doppio del fortunatissimo Nôtre-Dame di Cocciante) e non fuga il sospetto che tanta spettacolare grandeur serva soprattutto a coprire l’evidente gap che separa il genio pucciniano dalla spiazzante creatività di un artista ancora incerto se lasciarsi guidare dall’istinto o dalle logiche di mercato. Così, più che a far innamorare i giovani di Puccini, il lavoro servirà a trainare il nuovo album Lucio dove – guarda caso- fa bella mostra di sé il succitato Amore disperato, in un duetto con Mina più pretestuoso che coinvolgente. Come del resto buona parte di questo album, che se da un lato appare concepito per replicare il gran botto di Canzoni (più di un milione di copie vendute), dall’altro si porta appresso il terrore di bissare il flop del precedente Luna Matàna. Si sa: in tempi durissimi come questi, tutto fa brodo, soprattutto le galline vecchie. Ma non è detto che agli affamati non convenga cercarsi minestre meno riscaldate.

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