Patto sociale e responsabilità fiscale

Chi ha maggiori ricchezze e patrimoni deve contribuire di più sempre, ma soprattutto lo deve fare nei momenti di grandi crisi. E non si tratta di evocare l’altruismo o la solidarietà, ma la giustizia e la responsabilità fiscale. Anticipazione del numero di maggio della rivista Città Nuova.

Il dibattito di questo tempo su Eurobond, Mes e dintorni deve essere l’occasione per riflettere su un punto che resta troppo sullo sfondo: il debito e l’indebitamento.

La vera condizionalità dei prestiti accesi oggi è che debbono essere restituiti domani. Nella Bibbia i debiti erano visti sempre con grande sospetto – a meno che non fossero concessi a titolo gratuito e senza obbligo di restituzione –, perché spesso finivano con la schiavitù del debitore insolvente.

Oggi la schiavitù è stata abolita in molti Paesi, ma le conseguenze dei debiti restano sempre gravi. In particolare ogni volta che il debito di uno Stato aumenta, ci sono sempre due effetti, entrambi seri e moralmente negativi.

Il primo riguarda le categorie che dovranno ripagarlo domani. Siccome gli Stati hanno soltanto i soldi che riescono ad ottenere con la fiscalità (e poche briciole proprie), chi ripaga i debiti sono coloro che pagano le tasse, quindi non tutti. E nelle democrazie moderne, in Italia ancora di più, chi paga le tasse è il ceto medio, in particolare i lavoratori dipendenti.

Il sistema fiscale si regge su coloro che hanno stipendi e salari, dove l’evasione fiscale è molto bassa. In media i liberi professionisti dichiarano in Italia attorno ai 50 mila euro lordi, e i piccoli imprenditori 20 mila. Inoltre la tassazione dei capitali e dei patrimoni è più bassa di quella sui redditi da impresa o da lavoro, per non parlare di quella delle rendite finanziarie che è ancora più bassa. Quindi un nuovo debito emesso dal governo verrà rimborsato con denari di chi non appartiene di certo alla classe agiata del Paese.

Inoltre, ogni volta che aumenta il debito pubblico, si spostano debiti sui bambini e sui giovani. Stiamo già lasciando in eredità ai nostri figli un pianeta deteriorato dove staranno peggio di come vi siamo stati noi. Se continuiamo a indebitare il domani per risolvere i problemi di oggi – come il Covid-19 –, continuiamo a indebitare le future generazione.

E questo non va bene, da nessun punto di vista. Dei molti errori della nostra generazione, la sottrazione di ricchezza ai giovani è tra i più gravi, perché va contro il patto inter-generazionale su cui si regge un Paese: «Lascia a chi viene dopo di te un mondo non peggiore di come l’hai trovato tu».

Ecco perché sono convinto che una tassa patrimoniale secca sarebbe la soluzione migliore, sebbene parziale, alla crisi economica attuale. Una tassa ben disegnata sui patrimoni alti, che in media sono stati tassati meno dei redditi bassi. Sarebbe un’ottima occasione per ristabilire quella progressività dell’imposizione fiscale prevista dalla nostra Costituzione, e per aumentare la giustizia distributiva che negli ultimi decenni è entrata in profonda crisi.

Chi ha maggiori ricchezze e patrimoni deve contribuire di più sempre, ma soprattutto lo deve fare nei momenti di grandi crisi. E non si tratta di evocare l’altruismo o la solidarietà, ma la giustizia. Chi ha ricevuto patrimoni dal passato o chi li ha realizzati nel presente lo ha potuto fare soprattutto perché si è trovato in circostante vantaggiose e fortunate: per famiglia di nascita, per opportunità, per circostanze positive.

Ciò che appare ed è narrato come merito è in massima parte provvidenza, fortuna, dono – sta qui il grande equivoco della meritocrazia, che si risolve quasi sempre in una condanna ed emarginazione dei poveri. Dalle crisi grandi si può uscire migliori o peggiori.

Il patto fiscale è il cuore del patto sociale: continuare a sbagliare su questo fronte, chiedendo ancora ai più poveri e ai più giovani di accollarsi il peso di quanto è avvenuto, significa minare le possibilità di un futuro possibile, migliore e davvero fraterno.

La vera fraternità che conta nella vita di un popolo non è quella degli applausi e dei canti al balcone, ma quella che tocca il portafoglio, che si chiama responsabilità economica e fiscale.

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