Patti Smith: la carne e lo spirito

La più grande poetessa del rock non ha mai celato la sua vicinanza a forme di spiritualità, più o meno ortodosse. La conferma arriva con questo nuovissimo Banga.
Patti Smith

In pochi lo sanno, ma c’è mancato poco che non s’esibisse davanti al papa: a Milano, nel giugno scorso; stupita ma onorata dell’invito, ha dovuto declinarlo per una questione di voli.
Del resto la più grande poetessa del rock non ha mai celato la sua vicinanza e l’attrattiva verso forme di spiritualità, più o meno ortodosse. E la conferma arriva con questo nuovissimo Banga, pubblicato a otto anni dal suo precedente album. Un disco strabordante di creatività e di energia, di tematiche e di spunti di riflessione: una fotografia poetica del presente dove trovano spazio la tragedia dello tsunami giapponese e quella di Amy Winehouse, Seneca, Pilato e Amerigo Vespucci, Tarkovsky e Piero Della Francesca, per non dire della citazione letterale di uno dei più celebri passi di san Francesco: «Oh, Signore, fa' di me lo strumento della tua pace. Là, dove è l'odio che io porti l'amore. Là, dove è l'offesa che io porti il perdono. Là, dove è la discordia che io porti l'unione…».
 
Patti è una cercatrice di verità, un’esploratrice del vivere, sempre orgogliosamente lontana dai cliché e dalle nevrosi di un ambiente che quasi sempre voga nella direzione opposta. Certo, è stata la vita stessa a forgiarne la poetica; una vita spesso trapuntata da esperienze oltremodo dolorose come la morte del marito, di un fratello e di alcuni fra i suoi amici più cari: dolori che possono schiantare un’esistenza o divenirne linfa.
Ciò che più affascina di Banga è la semplicità della sua comunicativa, sia nel sound che nelle liriche: zero retorica, nessun orpello o piacioneria. Eppure la dozzina di nuovi brani arrivano dritti al cuore e all’anima con il loro carico di speranze e sofferenze, di ballad minimaliste e ruggiti rockettari. Inciso col supporto del fido Danny Kaye e il contributo di vecchi amici come Tom Verlaine, l’album si chiude con il coro dei suoi due figli che intonano con lei il ritornello finale di After the Gold Rush, indimenticabile classico di Neil Young: «Volevo chiudere l’album come se fosse il sorgere dell’aurora – ha affermato – per dare un segno di speranza per l’umanità: sogno un nuovo mondo rinato sulle macerie di quello vecchio, ed è ciò che auguro a tutti i bambini del futuro».

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