Passero con un’ala sola

Èstato quel giorno che sono diventata un passero con un’ala sola. Quando la mia vita di donna e di medico è stata spezzata in due. Da colei che amputava, sono divenuta io, l’amputata. Cambia tutto. Adesso abito nella terra di coloro ai quali, come chirurgo di guerra, ho dovuto amputare gambe e braccia. Nzambi, il mio Dio in kikongo, ha pensato di salvarmi perché continuassi a sognare insieme con lui. È una lettera dal fronte di Chiara Castellani. Una delle tante, indirizzate agli amici e pubblicate ora in un libro dal titolo Una lampadina per Kimbau (Mondadori). Sono pagine belle e terribili, come la sua vita. Paragonabili forse al Diario di Etty Hillesum, la giovane ebrea morta nel campo di sterminio nel 1943, i cui scritti, fortunosamente trovati e pubblicati cinquant’anni dopo, sono stati definiti un pensiero per il dopo Auschwitz, un balsamo per molte ferite . E, insieme, un pugno nello stomaco. Per Chiara, come per Etty, il grande rischio di diventare insensibili è la morte peggiore. Anche le lettere di Chiara Castellani, scritte nell’arco di vent’anni, ci sono pervenute dopo molte peripezie. Sono state raccolte da Mariapia Bonanate, giornalista e scrittrice, che si è offerta di cucirle insieme perché, dice, non si può non far conoscere una persona così straordinaria. Alcune lettere risalgono alla prima esperienza di volontariato in Nicaragua, quando imperversava la guerra tra sandinisti e contras. Rivedrà gli stessi orrori nella guerra tra Mobutu e Kabila, un liberatore che non libera. Per scriverle, Chiara si è servita di una vecchia Olivetti, l’unica che non ti pianta in asso, sia che ti trovi in una sierra dell’America Latina o in una savana nel cuore dell’Africa. Proprio come l’autrice, che le ha battute a lume di candela, rubando tempo al sonno. Dov’è lei, a Kimbau, non c’è luce né acqua. Il titolo allude infatti ad uno dei suoi tanti sogni nel cassetto: portare finalmente l’elettricità e l’acqua corrente nello sperduto angolo di mondo in cui si trova, unico medico per centomila abitanti sparsi su un territorio di cinque mila metri quadrati, che spesso non hanno mai visto in faccia un dottore. Un medico speciale, che ora visita e cura con la mano sinistra, aiutata da bravissimi infermieri locali. Da quando, appunto, sulla via del ritorno da Kinshasa – era il 6 dicembre 1992 – la jeep su cui viaggiava si è capovolta e il braccio destro è finito stritolato dal peso del veicolo. Nell’eterna lotta tra il bene ed il male, Chiara ha scelto di stare dalla parte del bene. A sette anni, mentre con i genitori e le sorelle raccoglieva le castagne nell’Appennino tosco-emiliano, disse alla madre con tono solenne: Appena sarò grande andrò in Africa come medico a curare chi non ha niente. La madre sorrise e pensò alle fantasie infantili suscitate da un piccolo libro, Wopsy, che raccontava la storia dell’angelo custode di un bimbo africano, e che la piccola leggeva tutte le sere prima di addormentarsi. Ci ripensò alcuni anni dopo con una certa preoccupazione, quando Chiara si iscrisse alla facoltà di medicina del Gemelli. Studentessa liceale, l’aveva particolarmente colpita una frase di Agostino: Ama, et quod vis fac. (Lascia che sia l’amore il motore dei tuoi atti , questa la sua interpretazione). Nel 1983, a 27 anni non ancora compiuti, e con in tasca la specializzazione in ginecologia ed ostetricia, Chiara parte per il Nicaragua col marito, anch’egli medico, con il Movimento laici America Latina (Mlal). In tutti questi anni, Chiara ha imparato a declinare la sua vita, come donna e come medico, lasciandosi guidare da quell’amore. Non senza lacerazioni e sofferenze, ma trovando ogni volta la forza per ricominciare, risorgere dalla sua ed altrui morte. Nonostante tutto. Perché, nonostante tutto, la parola sono felice ricorre spesso nei suoi scritti. Eppure la sua vita appare contrassegnata da una sequenza di sconfitte che ne fanno un’inguaribile perdente. Ha studiato ginecologia, e si è dovuta riconvertire suo malgrado in chirurgo di guerra. Carica di ideali e di entusiasmo come può esserlo solo una neolaureata al Gemelli che sogna l’Africa fin da bambina, parte invece per l’America Latina col marito, suo compagno di vita e di ideali, che l’abbandonerà qualche anno dopo. Un colpo durissimo per Chiara, che mai avrà una parola dura nei suoi confronti. Si rifugia in Italia dai suoi, e passa mesi di angoscia e di travaglio. Ritorna in un’altra località del paese latino americano. Lì, in quell’avamposto della guerra dove arrivano da ogni dove persone disperate, ferite nel corpo e nello spirito, ritrova un senso, una ragione per vivere. Un’esperienza che per lei si traduce nella possibilità concreta (per quanto non voluta) di condividere nel vivo la condizione di solitudine e di dolore delle mujeres solteras (delle donne sole, lasciate dal coniuge), condizione molto diffusa laggiù. E, infine, come se non bastasse, si è trovata con un’ala sola, per di più fiaccata dalla malaria che ogni tanto l’assale. Eppure, Chiara ogni volta ricomincia puntualmente la sua esistenza là dove si era interrotta. Ad ogni tornante del suo singolarissimo percorso, la vita l’ha segnata profondamente. È una fedeltà a caro prezzo quella che Dio lungo gli anni le ha chiesto. Eppure il punto di partenza di Chiara fu quello di una giovane donna inquieta, fragile. Per lei la fede non è stato un approdo scontato. Io non credo in Dio – aveva scritto in Nicaragua -, spero soltanto che esista, che non mi abbia preso in giro pure lui!. Man mano che gli anni – e le prove della vita – passano, si scorge in lei un’interiorità illuminata e pacificata, ancorata saldamente in profondità. La parola Dio compare sin dalle prime pagine, dapprima pronunciata appena, e poi oggetto di un dialogo intenso. Chiara non percepisce né prega un Dio potente, perché con il braccio teso intervenga a rovesciare le situazioni inique, ma un Dio debole, inchiodato con gli uomini alle conseguenze dei loro atti. Un Dio la cui presenza però permane come il luogo più sacro dell’uomo, e che nell’umanità di Chiara vive e respira come la sorgente più profonda di una paradossale volontà di amore nei tempi e nei luoghi del massimo degrado umano. Più tardi scriverà: Se un Dio esiste, è della povera gente, di chi porta la sua croce e spesso ci crepa sopra. Per poter meglio servire i poveri del suo Dio, Chiara nel 2002 si consacra a lui con i voti di povertà e di obbedienza nella cattedrale di Kenge davanti al vescovo Gaspard Mudiso, questo colto biblista che parla almeno dieci lingue ed ha deciso di andare a fondo nella difesa dei diritti degli ultimi. Lei, che per temperamento e formazione culturale si sente piuttosto una disobbediente alla don Milani, sceglie di obbedire al vescovo per poter disobbedire ai potenti. Sotto l’ombrello di Nzambi, che pure è ben poca cosa di fronte ai diluvi della foresta, Chiara è una donna libera

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