Pasotti, Abbi fede

Nostra intervista a Giorgio Pasotti, attore e regista. La sua ultima opera Abbi fede.
Giorgio Pasotti nel film Abbi fede.

È uscito a giugno, su Raiplay, il film Abbi fede diretto da Giorgio Pasotti. Parla di fede e di altre tematiche attuali. Con l’autore abbiamo parlato di quest’opera che nasce come remake del danese Le mele di Adamo...

Dell’originale, del 2005, mi innamorai perdutamente. Lo ritengo geniale, perfetto. Da allora desidero offrire al pubblico italiano – che non lo ha visto in modo massiccio – la possibilità di conoscerlo. Credo che nel 2005 l’Italia non fosse pronta a certi temi. 15 anni dopo, invece, viviamo estremismi politici, attentati terroristici e altre questioni per cui la fede è una cosa ancora più importante, fondamentale, oggi, rispetto al passato. Penso anche al coronavirus che ha minato le nostre sicurezze.

Ha cambiato il titolo con Abbi fede.. 

L’idea è di Federico Baccomo, con il quale ho riscritto la sceneggiatura. Trovo che sia un titolo azzeccato, perché uscendo da questa pandemia il futuro è ancora più astratto, nebuloso. È difficile trovare una bussola, sapere cosa ci aspetta. Ecco quindi che Abbi fede diventa una sorta di manifesto evocativo verso una direzione che tutti dovremmo prendere: avere fede! Che non vuol dire per forza fede in Dio, ma soprattutto nel prossimo, per quanto mi riguarda.

Il protagonista è Don Ivan Sturzi: un sacerdote appassionato ma stravagante, che viene chiamato addiritttura “pazzo” o “fenomeno”. Chi è don Ivan?

In lui c’è un contrasto potente tra la guida, il portatore di equilibrio in una comunità di personaggi borderline, e una persona che utilizza la fiducia cieca in Dio per dimenticare delle violenze, dei buchi neri che si porta dentro. È il pastore che guida delle pecore nere: il fondamentalista islamico o il neofascista Adamo. Persone deviate che egli si impegna a riportare sulla retta via, ma lui stesso ha qualcosa di irrisolto. Però la sua fede – in ciò che nel film chiamiamo Dio ma che potrebbe essere anche altro – rappresenta per quelle persone una guida. E quando in quel mondo storto, perso, viene a mancare questo sacerdote che per assurdo è un po’ il matto tra i matti, il gregge si sfalda, perde la bussola e la direzione.

Mi ha colpito il medico dell’ospedale: sembra non avere più amore per il prossimo, empatia, speranza. Lo legge allo stesso modo?

Il film è scritto per contrasti forti. Uno di questi è dato da don Ivan che ha fiducia cieca in qualcosa di ultra terreno, che è intangibile, e da un medico che rappresenta la scienza, i numeri, l’evidenza, la razionalità. È dichiaratamente siciliano ma ha voluto abbandonare quella terra proprio per le sue credenze, per la sua innata fiducia in qualcosa che non è scientifico. Si è rifugiato nella scienza, e come capita spesso a persone molto razionali, è diventato privo di speranza in qualcosa di inspiegabile. Il suo mondo è l’opposto di quello di don Ivan, per cui trova impossibile che il sacerdote continui a vivere nonostante il tumore al cervello che lo dilania da anni. Addirittura se la prende con Ivan perchè crede in qualcosa che per lui è impossibile. E invece quella speranza che il medico non nutre più fa si che la vita di Ivan possa cambiare. Mi piaceva mettere a contrasto questi mondi opposti.

Don Ivan riesce a fare della sua vita piena di prove difficilissime, un capolavoro di fertilità, aprendo il cuore di Adamo (Claudio Amendola) e ridando speranza ai suoi sofferenti parrocchiani. È d’accordo con questa lettura? 

Sì. Invidio le persone come don Ivan, perchè non sono mai riuscito ad abbandonarmi totalmente come fa lui: non ho quella fiducia verso qualcosa, che sia la religione o l’amore stesso. C’è sempre una parte di me che cerco di proteggere. Don Ivan è una persona completamente altruista, fa delle sue debolezze un vanto e ciò gli consente un distacco che diventa quella forza che fa si che gli altri ti seguano. Con questa forza riesce a scardinare le convinzioni radicate nei personaggi del film. Non conosco direttamente persone come lui, se ne incontrassi riuscirebbero a trasmettermi, con la forza del pensiero, quella fiducia cieca, ottimista, nella possibilità di cambiare mondo.

Cosa vede Adamo in don Ivan che lo porta a una rivoluzione interiore radicale? 

Il rapporto tra Adamo e don Ivan è il nucleo del film e si basa su idee opposte: Adamo cerca di portare le sue dentro la comunità attraverso una battaglia personale. Non vuole essere succube o farsi convincere dalle idee di Ivan. Mi rifaccio alla filosofia orientale: fai della forza altrui la tua forza, non opporti a lei, non cercare di resisterle, anzi sfruttala. Inconsciamente Ivan fa questo e per Adamo la battaglia è persa. Non potrà mai riuscire a cambiare la personalità di don Ivan, che propone ad Adamo una tecnica sconosciuta: la resistenza a essere continuamente attaccato. Di fronte a questa capacità si abbassano le mani e sfiniti si dà merito all’avversario. Adamo si abbandona alla vittoria di una persona che non è più forte di lui fisicamente, ma emotivamente. Quella fiducia rende Ivan indistruttibile e lo stesso Adamo riuscirà a compiere una parabola di conversione come Khalid e Gustav.

Altro contrasto è tra mela marcia e strudel. Adamo partendo, da una grande difficoltà, riesce a costruire un dolce saporito. È la metafora di speranza del film? 

La mela rappresenta il primo peccato capitale e lo strudel è uno dei dolci più semplici da realizzare, ma per Adamo non c’è solo il riuscire a realizzare qualcosa di saporito, ma fare qualcosa di inaspettato. In questo sta la contrapposizione tra lo strudel e quella mela che è in natura, e – come avviene nel film – può diventare marcia perché attaccata da un agente esterno che la rovina, l’avvelena. Mele nate sane come potrebbe essere Adamo, possono essere deviate da agenti esterni. Per Adamo realizzare uno strudel con piccoli pezzi di una mela sola, da quello che simbolicamente rimane di un albero di mele distrutto, è riuscire a realizzare grandi sogni. La metafora del film è che è una persona come Adamo – fascista convinto – riesca ad avere la sua conversione e vedere la luce – come nel quadro La vocazione di san Matteo del Caravaggio – partendo da qualcosa di semplice ma lontano da sé.

Che rapporto c’è, stilisticamente, tra l’originale e il remake?

Amando Le mele di Adamo ho cercato di non fare danni: non l’ho stravolto, l’ho solo riambientato, italianizzato, reso più colorato, meno cupo, meno thriller dell’originale. Più commestibile, più vicino alla nostra commedia all’italiana che parlava di temi seri con leggerezza. Di Le mele di Adamo ho amato l’intelligenza, l’ironia, il non essere mai banale o retorico. Ho cercato di farlo conoscere al pubblico italiano.

Come vive il rapporto con Dio?

Sono un credente, una persona di fede, ma non sono praticante. Non ho una venerazione verso una particolare divinità: sono una persona di fede intesa come fiducia nel prossimo e in quella natura di cui siamo ospiti e che dobbiamo rispettare.

Sta lavorando a un progetto in particolare? 

Sto girando la serie per Raiuno Mina Settembre. Ho diversi progetti tra cui quello a cui tengo di più: la mia opera terza da regista che mi auguro possa prendere vita presto. Spero non passino sei anni come tra Io, Arlecchino e Abbi fede. Mi sto appassionando per cui concentrerò qui gran parte dei miei sforzi.

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