Parola d’ordine: accogliere

Al servizio di quanti soffrono per la separazione dal coniuge. Intervista a padre Paolo Bachelet, gesuita.
Padre Paolo Bachelet

Nella Capitale, la chiesa dei gesuiti per eccellenza, perché legata alla memoria della presenza romana di sant’Ignazio di Loyola, è quella conosciuta semplicemente come “il Gesù”. Nell’annesso grande complesso, in via degli Astalli n. 16, incontro padre Paolo Bachelet, fratello del giurista Vittorio, assassinato dalle Brigate Rosse nel 1980, e di Adolfo, lui pure gesuita, che tanto si adoperò per accompagnare, in carcere, il cammino di rinascita di alcuni di quei terroristi.
Nel 1941 il giovane Paolo entra a far parte della Compagnia di Gesù. La sua conoscenza del Movimento dei focolari risale ai primi anni Sessanta, mentre svolge compiti di responsabilità presso il seminario regionale di Anagni. Lì rimane per circa un trentennio. Segue un incarico più che decennale a Roma come vicecappellano all’Università La Sapienza. E oggi? Malgrado l’età avanzata, padre Paolo ha ancora energie da spendere per gli altri: è infatti la guida spirituale di un gruppo di “Famiglie separate cristiane”, associazione di cui è anche consulente ecclesiastico a livello nazionale.
«Per quanto mi riguarda – inizia a raccontare –, grazie all’educazione cristiana ricevuta in famiglia, la mia giovinezza è trascorsa serena, senza grandi traumi di conversione: il Signore mi ha fatto dono di una vita facile, e di questo gli sono grato».
 
Una vita facile… Ma avrai avuto anche tu i tuoi momenti di abbandono, di croce, di difficoltà…
«Penso che tu voglia alludere alla morte violenta di mio fratello Vittorio. Certo, è stato un momento di grande sofferenza, però anche di luce nel costatare poi come Dio ha tratto un bene dal sacrificio di mio fratello. Alcuni di quei brigatisti, infatti, hanno cominciato a ricredersi sull’efficacia della violenza per eliminare le ingiustizie sociali; e quando, in una lettera aperta a un giornale, hanno espresso il desiderio di essere aiutati a fare un percorso di riconciliazione, mio fratello Adolfo si è reso disponibile. Nelle sue visite in carcere, s’è reso conto che non c’era bisogno di invitarli alla conversione: li trovava in ricerca, in qualche modo già preparati. Per alcuni c’è stato un avvicinamento alla religione, anche qualche battesimo e matrimonio; altri, senza arrivare alla conversione di tipo religioso, hanno rifiutato la violenza e, una volta scontata la pena, si sono dedicati a opere socialmente utili, per cercare in qualche modo di riparare il male fatto».
 
Quando è nata in te l’esigenza di aiutare i separati?
«Già verso la fine del mio mandato presso la cappella universitaria avevo partecipato a incontri organizzati da “Famiglie separate cristiane”, associazione presente allora in alcune città italiane. Una volta trasferito qui alla comunità del Gesù, nel 2001, non avendo altri incarichi ufficiali, ero ormai disponibile per occuparmi di questa attività».
 
Di che si tratta?
«L’associazione è nata nel 1998 a Milano. L’iniziatore e presidente, l’ingegnere Ernesto Emanuele, separato e padre di tre figli, fa parte dei Focolari. La parola d’ordine è: accogliere tutti, qualunque sia la situazione dopo la separazione. Principali momenti di condivisione sono l’incontro mensile di preghiera e ascolto del Vangelo e l’incontro di dialogo, anch’esso mensile, in cui si trattano temi di comune interesse e si risponde alle domande (i separati hanno bisogno di parlare); ma non mancano altre occasioni, anche conviviali. Qui a Roma poi, nella chiesa di Santa Maria dei Miracoli in piazza del Popolo, durante la messa prefestiva del terzo sabato del mese, si fanno preghiere speciali per i separati. Al momento della Comunione, chi non può ricevere l’Eucaristia può, accostandosi all’altare, ricevere una benedizione».
 
Come sono formati i gruppi e qual è in essi la funzione del sacerdote?
«Ogni gruppo è composto al massimo di quindici-venti elementi, per favorire la condivisione. Il coordinatore, anche lui un separato, è affiancato da un sacerdote che guida i momenti di preghiera, risponde alle domande ed è disponibile per la confessione e i colloqui personali. Fra gli undici gruppi attualmente presenti a Roma e nel Lazio, io mi occupo di quello che si riunisce in questa casa. Vi partecipano alcuni che hanno fatto una scelta di fedeltà al coniuge, altri che si sono risposati civilmente o hanno un nuovo partner, altri ancora che non hanno deciso. L’importante è che nessuno si senta giudicato o considerato di serie B, qualunque sia la sua scelta. La presenza di chi si è orientato verso la fedeltà è di per sé una testimonianza che, anche rimanendo da soli, si può vivere sereni e “in piedi”. Proprio ultimamente una signora separata che si stava orientando verso altre simpatie, frequentando il gruppo, ha optato per una scelta diversa.
«In genere partecipa anche una coppia di coniugi felicemente uniti, proprio per non far sentire ghettizzate queste persone: sono discreti, non fanno prediche. E c’è anche chi arriva accompagnato da un parente. Altro elemento positivo e di comunione ecclesiale sono i sacerdoti e altri fedeli che talvolta vengono a pregare con noi».
 
Questo tipo di apostolato t’impegna parecchio?
«Abbastanza, perché qui al Gesù confesso e faccio colloqui anche con altre persone; ma il più del tempo lo dedico ai separati. Inoltre collaboro agli incontri per loro, organizzati da quella diramazione dei Focolari che è il Movimento Famiglie Nuove, e all’apposita segreteria che se ne occupa».
 

“Famiglie separate cristiane”: chi sono, cosa fanno
 
Nella totale adesione al principio d’indissolubilità del matrimonio-sacramento e alle direttive della Chiesa cattolica circa il matrimonio e la famiglia e, segnatamente, circa le famiglie separate, l’associazione sottolinea in particolare:
– l’accoglienza dei separati, piena, incondizionata, purificata da ogni giudizio sulle coscienze, per cui ciascuno, con spirito evangelico, vuole portare il peso delle sofferenze del fratello e mettersi al suo servizio;
– il principio di permanenza della famiglia anche dopo la separazione: infatti, anche quando i figli convivono con uno solo dei genitori, continua ad esistere la coppia genitoriale “unita” dal comune amore verso i figli e dalla comune missione educativa;
– la condizione di persona separata, se ci si attiene alle indicazioni della Chiesa, non costituisce di per sé un ostacolo alla partecipazione alla vita ecclesiale, alla crescita spirituale e al cammino verso la santità proprio di ogni persona.
 
www.famiglieseparatecristiane.it
Referenti per Roma e Lazio:
Paola Menaglia: paola.menaglia@alice.it
Sandro Bora: sandrobora@alice.it

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