Parmigianino, genio incantatore

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Se qualcuno chiedesse chi è Francesco Mazzola, detto il Parmigianino, si potrebbe suggerirgli di guardare, e a lungo, il Ritratto di donna, la cosiddetta Antea: una quindicenne dall’ovale purissimo, gli occhi scuri che trapanano l’anima, suggerendo un “altrove”. Oppure, che oltrepassi mentalmente il volto di porcellana della Schiava turca e il suo repertorio finissimo di sete e gioielli, per capire cosa ci sia al di là del sorriso accattivante. Perché sempre, in Parmigianino, c’è un “altrove”. Fin da ragazzo quando a San Giovanni a Parma, ancora a scuola dal Correggio, dipinge il pallore metafisico di un San Vitale col cavallo che sfora la parete. O a vent’anni (1523), quando nella rocca di Fontanellato interpreta per i Sanvitale la favola dolorosa di Diana e Atteone in un camerino segreto di bagliori sulfurei e albe gelate: una cristallizzazione del mito (e del dolore), tra bambini e verzure ancora correggesche. È, insomma, Francesco, poeta dell’astrazione. Fa ricordare certa musica di Mozart, sempre sul filo del rasoio fra perfezione ed equilibrio instabile. Cosa è infatti l’Autoritratto allo specchio (1524), il cui il giovane dal volto “angelico” si autodeforma: solo virtuosismo o non anche voglia di sperimentare ad oltranza? E la Visione di san Gerolamo (1526), con la Vergine impassibile ai giochi del bambino, non è forse un’armonia classica pericolosamente in bilico? Negli anni bolognesi, dopo il trauma del Sacco di Roma (1527) Francesco afferma il proprio ideale di bellezza. Non solo Raffaello, ormai un mito, o Correggio. È una bellezza suprema, la sua, dove perfezione estetica è anche verità assoluta. La distanza da Correggio si fa, umanamente e artisticamente, totale. Perché se il primo è artista solare e dorato, lui, Parmigianino, è poeta “lunare”, metafisicamente inquieto. La Madonna di san Girolamo, lavoro correggesco del 1528, schiude la luce dell’alba sugli affetti sereni di una calda conversazione; la Pala di santa Margherita, con cui Francesco risponde l’anno dopo da Bologna, respira l’aria brunita della sera, fra scintillii di colore metallico ed un’apparente “impassibilità” dei personaggi. Sentimenti repressi o distaccati, stile da aristocratica conversazione. Ma, come sempre, c’è un “altrove”. La mano di Margherita che sfiora quella della Vergine è uno svelamento emozionale delicatissimo, subito celato dal preziosismo formale. Ancora una volta, Francesco apre e subito chiude il suo universo sentimentale, lasciando una parola di bellezza che viene da lontano: da oltre un ritratto o una pala. Chiunque guardi una scena surreale come la Caduta di san Paolo sbalordirà nello scorgere il paesaggio seguire, quasi fuggendo, l’onda drammatica sotto la massa del cavallo (se ne ricorderà Caravaggio nel tema analogo anni dopo?): scoprirà che dietro l'”artificio” (o il “ghiribizzo”, per dirla col Vasari) c’è una sensibilità nuova, un modo di accompagnare le emozioni, che oggi diremmo romantico. Certo, questa ricerca infaticabile ha un prezzo, e Parmigianino (ma anche i geni inquieti del suo tempo, come Pontormo e Lotto) paga con la nevrosi, che gli distrugge la vita e lo rende incompreso dai contemporanei. Ne cogliamo sprazzi in quel qualcosa di eccessivo che anima gli scherzi dei bambini, gli accenni sensuali, le pose stralunate in diverse sue opere, e in quell’impaginazione anticlassica che con gli anni diventa un sotterraneo “furore”. Caratteri che seguaci e imitatori – una folla fra Italia Francia e Boemia – raffredderanno accademicamente in una “grazia” di maniera, senza comprenderne la ragione poetica. Francesco, nel decennio trenta-quaranta, si concentra sulla sua “Sistina”, il sottarco della Steccata, a Parma. L’emozione di ammirarla, salendo sui ponteggi del restauro, è collegata alla quasi-certezza di un colloquio con lui, Francesco Mazzola. Nella danza delle Vergini savie e stolte – prefiguratrici di Maria, cui la consichiesa è dedicata – si innesta un mondo vegetale animale di alta simbologia, in un’astrazione cromatica che precorre i colori di van Gogh (i vasi di fiori), “blocchi” di un Cézanne la metafisica di un De Chirico. Un’arte che è estasi ragionata, in punta di piedi, in cui si legge lo sforzo di tradurre in forme purissime una Grazia superiore. Forse è per questo che Francesco, sfinito dalla ricerca, abbandonò l’opera incompiuta – suscitando le furie dei committenti – dedicandosi, sembra, all’alchimia; o che la sensibilità barocca gli preferì la poesia ben più concreta di Correggio? Certo, per noi oggi parlano di più le scintille di fuoco e d’oro di queste Vergini, e la loro luce “intellettuale” – altra cosa da Raffaello – rimanda ad un archetipo che esige quasi una rivelazione. Come è forse l’incompiuta (anche questa) Madonna dal collo lungo, un’Immacolata più astro luminoso che donna reale. Questa incompiutezza estrema è l’ultima poesia, misteriosa anch’essa, di Francesco. Che lascia a noi moderni l’arte difficile del comprenderlo. Quanto lui, muore fuori casa, a Casalmaggiore, nell’afa d’agosto 1540, dimenticato ed estraniato da sé stesso. Come spesso succede a chi ha l’anima più grande dell’epoca in cui gli tocca vivere. MOSTRA & DINTORNI Correggio (9 opere), G.Romano, Dosso, Veronese, Pontormo, Beccafumi e altri a corona di 31 lavori di Parmigianino (tra cui un nutrito corpus di disegni) negli ambienti suggestivi della Pilotta, insieme a oreficerie e bronzi. La rassegna continua nei luoghi legati all’artista, come la Steccata, San Giovanni, con percorsi per castelli (Fontanellato) e ville e la mostra a Casalmaggiore su Parmigianino e l’alchimia. Fra le iniziative cittadine, il Liceo classico “Romagnosi” attiva un progetto interdisciplinare “Gli eredi del Parmigianino”(ideato da Giovanni Martinelli) cui i ragazzi stanno già lavorando, scrivendo un testo teatrale in forma di conferenza drammatizzata con scene e costumi, interpretata dal grande poeta dialettale Franco Loi, insieme agli studenti, sui tre eredi del maestro. Fra settembre e ottobre nei luoghi celebrativi parmensi. 0521-282115

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