Parlare di suicidi in tv

Intervista al prof. Mario Morcellini, direttore del dipartimento di Comunicazione e ricerca sociale dell’Università La Sapienza di Roma.
Prof. Mario Morcellini

Nelle ultime settimane i media raccontano di decine di suicidi causati dalle difficoltà dovute alla crisi economica. Un dramma che suscita sconcerto, anche per la frequenza con cui tali episodi ci vengono raccontati, ma che sollecita molteplici interrogativi. Anzitutto, attribuire a “motivi economici” il gesto disperato di uomini, donne, imprenditori, operai, adulti, giovani significa offrire una lettura pertinente del fenomeno o si tratta di una semplificazione impropria? Ne abbiamo parlato con il Prof. Mario Morcellini, direttore del dipartimento di Comunicazione e ricerca sociale dell’Università La Sapienza di Roma:
«È in larga misura una semplificazione. I suicidi ci sono e ci sono stati, non si può negare, ma, a giudicare dai dati, non sembrano cresciuti rispetto al passato. È probabile che siano in parte legati alle difficoltà economiche, ma anche questo andrebbe dimostrato. Chi decide di togliersi la vita, raramente lo fa per una sola ragione. La crisi economica non basta a spiegare un gesto tanto drammatico. Si potrebbe chiamare in causa una più ampia crisi morale e istituzionale, un disorientamento diffuso che sembra schiacciare quelle persone che, più di altre, si sentono prive di risorse, a fronte di uno scenario certamente difficile. In particolare, la perdita di sicurezza economica, un radicale cambiamento dell’immagine sociale o gli stenti di una situazione di precarietà sicuramente possono essere considerati fattori di malessere esistenziale capaci di provocare momenti di intensa angoscia.

I casi più frequenti di suicidi sono quelli di persone che si dibattono da tempo fra depressione, autosvalutazione e malesseri psicofisici che, d’un tratto, incorrono in un evento che attiva la decisione suicida. In base a queste valutazioni sarei portato a ritenere che la crisi economica, con le sue conseguenze, non sia la causa dei suicidi, ma possa fungere da fattore scatenante. Quello che possiamo chiederci è se non ci fosse stata la difficoltà economica cosa sarebbe successo? Sarebbe stato sventato definitivamente il pericolo? O invece un altro evento come una crisi di coppia, una malattia o una fallimento personale avrebbe portato allo stesso esito?».

Si ha come l'impressione che nelle ultime settimane vi sia stato un aumento esponenziale di episodi di suicidio, soprattutto fra lavoratori e giovani disoccupati, imprenditori in difficoltà. Anche qui, è “colpa” dei media che danno risalto a fatti che ieri trascuravano?
«Per quanto riguarda la stretta attualità non esistono dati che possano confermare (o smentire) l’aumento dei suicidi per motivi economici. In Italia, l’unico istituto in grado di riportare dettagliatamente la situazione dei suicidi è l’Istat, che a sua volta basa la sua rilevazione statistica sui "dati accertati dalla Polizia di Stato, dall’Arma dei Carabinieri e dalla Guardia di Finanza in base alle notizie contenute nella scheda individuale di denuncia di suicidio o tentativo di suicidio trasmesso all’atto della comunicazione all’Autorità giudiziaria". L’operazione di raccolta, lavorazione e pubblicazione dei dati dell’ISTAT richiede più di un anno, motivo per cui le tavole pubblicate il 5 marzo scorso non si riferiscono al 2011, ma al 2010. A questo punto risulta chiaro un fatto: riportare numeri relativi a due anni fa per spiegare eventi attuali è più che mai errato e sviante.

Non sempre accade che all’aumentare del numero dei suicidi totali coincida un aumento del numero dei suicidi per motivi economici. Questo fenomeno è evidente proprio negli ultimi anni: tra il 2009 e il 2010 sono diminuite le persone che si sono tolte la vita per motivi economici mentre è aumentato il totale dei suicidi. Semmai si volesse fare un’analisi su questo trend, bisognerebbe considerare la situazione lavorativa, economica e sociale specifica di quegli anni. La tendenza, poi, non ci racconta nulla dell’oggi. Non si possono fare previsioni né proiezioni sicure sui suicidi che hanno segnato tragicamente questi mesi, né tantomeno si può definire con certezza la fine di una vita umana come effetto della crisi economica. Anche perché nella prospera Germania ci si suicida il doppio che da noi, mentre nella Grecia disastrata il numero di morti volontarie è bassissimo (circa la metà rispetto all’Italia). Il primo caso è perfettamente in linea con quello che il sociologo francese Durkheim definiva come suicidio “anomico”, la cui frequenza tende ad aumentare in periodi di crisi economica, ma anche in fase di estrema prosperità. In ogni caso, le statistiche usano criteri non sempre omogenei e comparabili. I dati provengono generalmente da rilevamenti ospedalieri o relazioni delle autorità di pubblica sicurezza. Mancano informazioni complete sui tentati suicidi non censiti e sui suicidi non dichiarati o che non arrivano alle autorità istituzionali. L’“undereporting”, ossia la sottostima del fenomeno deriva da fattori diversi: la vergogna dei sopravvissuti, il voler celare il suicidio per motivi assicurativi, la negligenza di chi stila i rapporti. Spesso le morti che vengono rubricate come “improvvise” o con “cause sconosciute”, in realtà sono suicidi: soprattutto in caso di anziani soli, in casa di riposo e ospedale. Mancano alle statistiche le persone morte, magari dopo giorni, “in conseguenza” di un tentativo di suicidio. Non sono contemplati molti casi di incidenti stradali inspiegabili, episodi di suicidio in carcere, di overdose volontaria di tossicodipendenti, di anziani che si lasciano morire o si avvelenano. Inoltre, i dati permettono di descrivere trend, ma non di individuare la cause del fenomeni. Alcuni fattori descritti dalle statistiche risultano più o meno determinanti, altri predisponenti, altri ancora sintomatici.
Così, se Morselli  nell’Ottocento scopre che nelle zone montane si registrano meno suicidi che in pianura, non si può dedurre che ciò accade in virtù dell’aria pulita dei monti, ma forse si può supporre che dipenda dal fatto che in quelle zone non ci sono grandi concentrazioni urbane, con i relativi conflitti e frustrazioni, mettendo il relazione un dato che da solo dice poco con un altro che isolato darebbe informazioni parziali. Così, i dati sul suicidio sono estremamente difficili da valutare e per certo sottovalutati, spesso a causa del tabù che tuttora rappresenta e della riluttanza a renderne pubblici i casi, soprattutto fra gli anziani, oltre che per un “reporting” spesso sommario o inesistente».

Che effetto fa sul pubblico l'esposizione continua a notizie di suicidi?  E'possibile cogliere una relazione fra la diffusione, attraverso i media, di un maggior numero di notizie riguardanti i suicidi e l'aumento dei suicidi stessi?
«La relazione è piuttosto difficile da dimostrare e il cosiddetto “effetto Werther” fa presa solo su individui già predisposti a compiere un tale gesto drammatico. Una situazione analoga all’ondata di morti volontarie successive alla diffusione del libro “I Dolori del Giovane Werther” di Goethe, la si osservò in Italia dopo la pubblicazione – nel 1802 – del romanzo di Ugo Foscolo “Le Ultime Lettere di Jacopo Ortis” e alla fine degli anni Sessanta negli Stati Uniti, nel mese successivo al suicidio dell’attrice Marilyn Monroe. Ma il fatto che dopo il suicidio dello scrittore Hemingway non si fosse osservato un analogo incremento delle morti volontarie ha portato alcuni studiosi e pensare che, oltre alla notizia del suicidio in sé e al modo in cui viene data, contasse anche l’eventuale identificazione con il suicida.
Così, l'imitazione può essere un fattore importante, ma non scatenante, a meno che non si attivi un processo di forte identificazione. Al tempo stesso, però, bisogna riflettere sul fatto che è possibile che esistano persone che meditano da mesi il suicidio le quali, influenzate dai mezzi di comunicazione, prendono la decisione di porlo in atto in quel momento e con quelle modalità perché il loro gesto venga ricordato. A volte si tratta di un atto di accusa verso qualcuno, che in qualche modo deresponsabilizza altri. È questo il caso di chi si uccide attribuendo la colpa alle tasse e liberando i familiari da manchevolezze o responsabilità. In generale, credo che l’attenzione mediatica non incida sulle cause profonde del suicidio, ma possa contribuire a determinare la decisione finale».

L'influenza dei media, se c'è, può essere modulata  utilizzando un linguaggio specifico? E' possibile dare notizie come queste in un modo che sia costruttivo?
«Certamente sì, anche se più che il linguaggio andrebbe controllato il meccanismo di attivazione di associazioni causali indimostrabili e semplicistiche e la sovratrattazione di un tema legato a un fenomeno che non è in crescita. Attribuire alla crisi tutti i suicidi degli ultimi tempi è certamente una semplificazione. Parlarne così spesso è potenzialmente rischioso. Inoltre, è possibile dare notizie come queste in maniera tale che siano costruttive, solo se si dedica spazio all’approfondimento, all’analisi, ai dati. Non è possibile, se si tratta il tema in modo impressionistico e superficiale».

Fra gli operatori dei media la maggior parte direbbe che è necessario dare notizia di questi fatti drammatici. Lei è d'accordo? 
«Non penso che gli operatori dei media rinuncerebbero a trattare un fenomeno che loro stessi hanno contribuito a costruire. Io sono d’accordo con l’idea di darne notizia, laddove la notizia c’è. Se viene costruita forzosamente, allora è bene non diffondere informazioni dolorose e potenzialmente pericolose».

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