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Cultura > Cinema

Parlami d’amore

di Mario Dal Bello

- Fonte: Città Nuova

Protagonista di sempre, l’amore regge sullo schermo, nei film d’autore, nelle opere prime, nei blockbuster che ormai hanno conquistato  il pubblico. Cambiano le storie, i punti di osservazione, ma il risultato è identico: l’amore furoreggia.

Così ecco un autore geniale e schivo come Terrence Malick presentare il suo Song to song, sette settimane di riprese, con star come  Ryan Gosling, Natalie Portman, Michael Fassbender e Cate Blanchett.

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Un lungo discorso sull’amore dentro il consueto triangolo affettivo tra un musicista che cerca il successo, la compagna cantautrice e il produttore Cook ad Austin, città delle feste musicali. Incontri, scontri, discese in basso, ascensioni dell’anima e dell’affetto. Lo stile immaginifico e neobarocco, in questo caso del regista, che si compiace di spezzare di continuo il racconto con flashback, rivestendolo di citazioni morali e filosofiche per arrivare dal mondo contemporaneo così sfaccettato e irregolare alla pace del contatto con la natura. Fino al recupero dell’amore come semplicità e unità del cuore. Il messaggio si chiarisce via via lungo il racconto, come una realtà che dalla nebbia si scioglie verso una possibile luce, dove la musica pop è il collante tra i protagonisti, visto che l’azione si svolge ad Austin. Ma quando i concerti finiscono in questo microcosmo umano,  ognuno è solo con sé stesso e le sue scelte. Ciò rende il film anche molto personale ed intimo, perché ciascuno deve ritrovare sé stesso, una via per ricominciare. Song to song non è perciò  un film  subito appetibile: richiede una condivisione da parte dello spettatore, come  sempre con Malick. Però il risultato è quello di una riflessione sulla vita e l’amore, riscoperto attraverso la trama di immagini, corpi, parole, situazioni e grazie alla musica che scandisce velocemente il tempo. Su esso domina la ricerca della verità del sentimento, come un qualcosa di cui non si può fare a meno, per quanto il viaggio possa divenire incerto e doloroso.

tutto

Su ben altro registro si colloca un piccolo film italiano, Tutto quello che vuoi, di Francesco Bruni, il regista di Scialla! La storia è romanocentrica, anzi trasteverina, con un gruppo di ragazzi impigriti e ignoranti, senza lavoro e senza futuro: la vita al bar, spinelli, qualche amorazzo. È così anche  Alessandro (un bravo Andrea Carpenzano), che vive col padre giornalaio, con cui non vuole collaborare. Finchè un giorno gli si offre una prospettiva di lavoro: passare del tempo con un vecchio poeta malato di Alzheimer. Il giovane non ne ha voglia, poi accetta. E qui inizia il cuore del film. Il giovane e l’anziano cercano di scoprirsi, lentamente i due mondi in apparenza distanti si avvicinano. Alessandro scopre un gentiluomo che ha fatto la guerra da ragazzo, fermo nei suoi principi di moralità e buona educazione, il vecchio si riprende a gioire della vita, di piccole cose, di una gita in Toscana a recuperare oggetti di guerra.

È l’incontro tra giovani e anziani, che si fa vicino e gratificante  per ognuno. Perché se il vecchio poeta (un sorprendente Giuliano Montaldo, 87 anni) rivive, il ragazzo scopre un modo diverso, più pulito, più delicato di stare al mondo: la scorza superficiale in cui si era chiuso, cade e tutto potrebbe rinnovarsi.

Attorno  al nucleo centrale – una amicizia affettuosa tra un “vecchio” e un ragazzo, una reciproca “educazione” alla vita – descritta con rara delicatezza, il regista colloca la cornice romana, un po’ abusata ormai, e il consueto rapporto difficile  padri-figli, ma il film rimane (anche per il risvolto autobiografico del regista) un racconto fresco, vivo, e una spinta a ritrovarsi fra le diverse generazioni.

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E chiudiamo con il possente blockbuster King Arthur, dove Guy Ritchie rivisita, desacralizzandolo, il mito di Artù e della spada nella roccia, come aveva fatto con l’eroe Sherlock Holmes. È la laicizzazione estrema del sacro di ogni genere, da tempo in atto nei blockbuster. Così Artù, cresciuto nei sobborghi fetidi di Londinium, scopre  la spada magica, lotta per dominarla e non essere dominato, riscopre il suo passato con l’aiuto di una strega (il mago Merlino non c’è), e alla fine si vendica del malvagio zio Vortinger (un perfetto Jude Law vero protagonista del film) che gli ha ucciso il padre ed è l’incarnazione del male (il lato demoniaco non manca mai nei blockbuster). Effetti speciali potenti fin troppo nel fantasy-horror (per nulla adatto ai bambini), battaglie furenti stile Il trono di spade, mostri orrendi e paurosi e gli eroi in lotta per trovare il proprio destino, come piace ai giovani che lo vedranno e vedranno i promessi sequel. Spicca l’amore per sé stessi, ossia l’individualismo al grado massimo nei cattivi come nei “buoni”, con Artù interpretato dal selvatico Charlie Hunnam. Avventura, spettacolo in3 D, arie scure e luoghi tenebrosi per la leggenda molto dark del mitico re.

 

 

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