Paralimpiadi, Asia Pellizzari: Con l’arco è stato amore a prima freccia

Parla Asia Pellizzari, atleta paralimpica che a Tokyo ha gareggiato nel tiro con l'arco: "Questa esperienza mi ha fatto crescere più delle altre perchè ho imparato cose nuove». Questi i doni ricevuti: «Autonomia, emozioni, crescita personale, una maturità in più, sapersi organizzare. È stata un'esperienza forte di squadra».

L’abbraccio del Comune di Mareno di Piave, dei tanti amici arrivati all’aeroporto, di quelli che hanno atteso vicino casa, nascosti dietro un cartellone gigante con il disegno di un bersaglio, pronti a far festa. È il ritorno a casa di un’atleta paralimpica: Asia Pellizzari, 19 anni, ha gareggiato a Tokyo nella specialità di tiro con l’arco nella categoria w1 compound ed ha ancora negli occhi l’emozione di un’esperienza indimenticabile che l’ha resa più matura e più forte.

«È stato veramente emozionante trovare tutte queste persone che mi hanno sostenuto», racconta. «Ho iniziato con il tiro con l’arco a circa 12 anni. Prima facevo altri sport, non a livello agonistico. Poi la dottoressa che mi segue a Milano ha detto che dovevo rafforzare le spalle facendo scherma o tiro con l’arco. Abbiamo scelto l’arco e mamma ha trovato subito la Società degli Arcieri di Castello a Conegliano, un paesino vicino a noi, che ha il campo di tiro a Ramera, una frazione del nostro paese. Quando mamma ha telefonato e ha parlato di me, le hanno detto: “Meraviglioso! Abbiamo un allenatore, Ezio Luvisetto, che è stato atleta paralimpico“. Il giorno dopo sono venuti a casa e mi hanno detto: “Puoi cominciare quando vuoi”. Quando ho iniziato, al primo colpo ho preso il bersaglio ed è stato “Amore a prima freccia”».

Una storia di impegno e dedizione. Asia si allena da sola 4-5 volte settimana per almeno 3 ore, accompagnata da papà, nonno o dai volontari che raccolgono le frecce, e si allena una volta a settimana con l’allenatore, oltre ai ritiri mensili dove gli allenatori della nazionale di cui fa parte impostano il programma e correggono gli errori. Poi in prossimità delle gare, le ore aumentano. «Lo sport mi ha sempre insegnato tanto – dice – mi ha dato la spinta per essere più autonoma. Anche stare con gli altri atleti e vedere come si muovono, cosa fanno, mi ha insegnato tanto e sono cresciuta non solo come atleta, ma anche come persona. Sto cercando di imparare un po’ da tutti, ma ho ancora tanto da fare. Lo sport ti aiuta anche nella vita di tutti i giorni, è maestro di vita, aiuta la socializzazione e insegna a superare i propri limiti».

Alle Paralimpiadi di Tokyo Asia vive un’esperienza diversa da tutte le altre, che è per lei anche un’occasione di crescita personale. Per la prima volta, infatti, parte da sola. «Nelle trasferte veniva con me papà, dava una mano a me e alla squadra. Stavolta, per motivi di Covid, c’era un numero chiuso e non è potuto venire. All’inizio ero un po’ preoccupata, ma neanche più di tanto perchè penso sempre che comunque, in un modo o nell’altro, riesco a trovare delle soluzioni. Questa esperienza sicuramente mi ha fatto crescere più delle altre perchè ho imparato cose nuove». Questi i doni ricevuti: «Autonomia, emozioni, crescita personale, una maturità in più, sapersi organizzare. È stata un’esperienza forte di squadra: al villaggio olimpico c’erano degli spazi dove si stava tutti insieme e questo dava una carica in più».

Accompagnare Asia nel suo percorso, sostenerla, incoraggiarla, ma non poterla seguire alle paralimpiadi è stato un momento decisivo anche per la famiglia. «Quando ha vinto la carta olimpica era il nostro sogno accompagnarla – confida Carla, la mamma -. Quando abbiamo capito che non era possibile, l’abbiamo letta come un’opportunità, anche se ci tenevamo tanto. Eravamo pronti anche un po’ a combattere per esserci, poi ci siamo confrontati, abbiamo fatto un passo indietro, l’abbiamo lasciata andare. Abbiamo detto: “È un messaggio che arriva anche a noi, deve fare questa cosa da sola“. Ci fidiamo molto di lei e sapevamo che avrebbe fatto del suo meglio, si sarebbe comportata bene, però è anche un po’ incosciente, nel senso che guarda sempre al positivo, ma la nostra testa pensava a tutto quello che poteva succedere nelle cose pratiche, sanitarie, mediche, che di solito gestiva il papà insieme a lei. Ma lei era positiva, ha detto: “ce la farò”».

Insieme, si fanno i preparativi. «Abbiamo fatto delle prove a casa – continua Carla -, abbiamo preso tutti gli ausili possibili e li abbiamo spediti a Tokyo perchè lei potesse essere più autonoma possibile e poi abbiamo detto: “Dobbiamo fare un passo indietro, ci sarà qualcun altro che l’aiuterà”. Infatti la squadra si è resa disponibile, la fisioterapista anche, ed è stato bello e necessario doversi fidare di qualcun altro, dover essere umili nel chiedere l’aiuto di altri. Però devo dire che, dai racconti di Asia, anche lei è stata di aiuto ad altri perchè chi aveva più abilità in una cosa, aiutava agli altri. È stato un aiuto reciproco e per noi è stato grandissimo sapere che ce l’ha fatta da sola con l’aiuto di altri. È stata una grande libertà per lei e una grande serenità sapere che anche senza di noi ce la può fare. Ce la siamo goduta da casa, non abbiamo dormito per 15 giorni. Il papà ha avuto un pò di difficoltà perchè è andato sempre con lei, così si è messo anche nei miei panni, che resto sempre a casa. Lei ci mandava dei messaggi. Il più bello è stato: “È l’esperienza più dura di sempre, ma è la più speciale, vi voglio bene”».

Accanto alla gioia per i giorni vissuti, c’è però la consapevolezza di quanto lavoro rimane da fare affinchè tutti abbiano accesso allo sport paralimpico. «Asia è stata fortunata perchè qui c’è un campo per allenarsi – spiega Carla -, però tanti ragazzi fanno fatica a praticare lo sport, specie l’arco, perchè ci sono poche strutture. Bisogna investire tanto, perchè a noi lo sport ha dato tanto. È vero che bisogna andare fuori da se stessi, dai propri limiti, ma è vero anche che la comunità e le Federazioni dovrebbero investire sullo sport paralimpico perchè tutti possano provarci. Bisogna investire anche su allenatori competenti che aiutino i ragazzi a tirare fuori i loro talenti».

Al termine di questa avventura, è già tempo per Asia di fare progetti per il futuro: «Comincerò a prepararmi per i campionati del mondo di febbraio, a Dubai, poi per gli europei e per un torneo internazionale, per provare a prendere la carta per le paralimpiadi del 2024 a Parigi. Sarebbe bello riuscire a qualificarmi per Parigi, ma il prossimo obiettivo è riuscire a far bene a febbraio a Dubai».

I più letti della settimana

11 settembre

L’11 settembre di Chiara Lubich

Lo dice la sharia?

La terza dose di vaccino

Simple Share Buttons