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Cultura > Itinerari

Il Paradiso secondo Battistello

di Oreste Paliotti

- Fonte: Città Nuova

Splendori di un capolavoro trascurato e riscoperto di Giovan Battista Caracciolo, fra i più dotati seguaci di Caravaggio

 

 

Erano anni che la gran tela giaceva imprudentemente arrotolata nei depositi polverosi della Soprintendenza di Cosenza. Come la Bella Addormentata, aspettava il bacio di un Principe Azzurro (leggi: l’opera dei restauratori) per risvegliarsi dopo il lungo letargo, svelando le sue meraviglie che la patina del tempo aveva offuscato.

È la pala d’altare raffigurante la Madonna col Bambino e santi, o Madonna d’Ognissanti, capolavoro assoluto (e dimenticato) di Giovan Battista Caracciolo detto il Battistello, nuovamente visibile – dal novembre 2014 – in una cappella della chiesa di San Giovanni Nuovo, a Stilo.

L’ho scoperta per caso, io che ne ignoravo l’esistenza, tornando a visitare questo bellissimo borgo della Locride. Difficile esprimere la sorpresa e l’emozione di quel faccia a faccia con l’enorme tela di oltre quattro metri per tre.

Il grande pittore seicentesco napoletano, che seppe coniugare gli effetti luministici appresi da Caravaggio con il classicismo della scuola emiliana dei Carracci e del Reni, vi intese rappresentare il Paradiso e la Chiesa trionfante come uno spazio gremito di figure, disposte su due registri sovrapposti. In alto troneggia Maria incoronata da angeli con in braccio il Figlio benedicente; nel gruppo a sinistra sono riconoscibili sant’Anna, san Francesco di Paola, san Francesco d’Assisi e san Giovanni Battista; in quello a destra, san Giuseppe e i santi diaconi Stefano e Lorenzo. Nel registro inferiore, ai piedi della Vergine, si collocano invece i santi Pietro e Paolo tra i quattro Evangelisti e i quattro Dottori della Chiesa, alle cui spalle s’individuano, fra altre figure, santa Maria Maddalena e santa Marta (simbolo della vita contemplativa e attiva), gli apostoli e le sante vergini.

Le varie posture dei corpi e i rimandi degli sguardi danno vita ad un dinamismo ascensionale verso la Madre e il Figlio che suggerisce al tempo stesso il compito d’intercessione verso l’umanità pellegrinante proprio dei santi.

La maestosa tela venne realizzata da Battistello per la cattedrale di Stilo tra il 1618 e il 1619 su commissione del suo medico personale Tiberio Carnevale, quale segno di gratitudine per essere stato da lui guarito da grave malattia. Dalla chiesa di San Giovanni Theristìs prima o poi farà ritorno nella sede originaria, attualmente sottoposta a restauro.

In questa complessa architettura composta non da corpi glorificati ed eterei, ma da figure tutt’altro che sciolte dalla loro umanità terrena (il pittore ingaggiava i suoi modelli fra la gente del popolo), non circolano fulgori soprannaturali; dall’alto, invece, un chiarore radente illumina i personaggi, esaltando gli incarnati e le tonalità di colore delle vesti. Santi e creature angeliche emergono da uno sfondo indefinito, oscuro, come se la scena fosse ripresa all’interno di una immensa grotta: forse una delle tante che s’aprono sui costoni delle montagne intorno a Stilo e che l’artista ebbe presente?

Fatto sta che un Paradiso così “umano” appare veramente “casa” preparata dal Dio vicino per la sua creatura: Battistello – ecco il grande merito dell’artista – l’ha anticipato, reso familiare e accessibile ai fedeli di quest’area della Locride, per lo più contadini e pastori; ma anche per tutti gli altri che dalla sua epoca in poi avrebbero alzato occhi devoti verso la Madonna d’Ognissanti.

Riproduzione riservata ©

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