Il paradiso dei dittatori

Lo Stato autoritario, i cittadini spiati e lo scontro tra i “modelli” di Usa e Cina.

C’era una volta una nazione dove tutti i cittadini si comportavano “bene” e non trasgredivano mai le leggi. Un Paese modello, dove le persone erano “contente” di seguire le regole e ognuno sapeva cosa doveva fare per non disturbare l’armonia generale. Non c’erano disordini o proteste, e la polizia doveva intervenire di rado, solo per reprimere piccole deviazioni dalla norma, che spesso riusciva a prevedere prima ancora che avvenissero.

La “guida” di questo Paese era molto soddisfatta: poteva manipolare l’umore e le azioni dei cittadini in modo impercettibile, senza ricorrere alla violenza. Il popolo aveva rinunciato alla libertà, in cambio del soddisfacimento dei bisogni elementari. Risultato: un potere assoluto e senza avversari.

Tecnologia
Per la prima volta nella storia del genere umano questo paradiso dei dittatori potrebbe diventare realtà, a causa di due innovazioni tecnologiche recenti: la diffusione di telecamere capaci di controllare a distanza la vita delle persone, e i social media. Videocamere diffuse nelle vie di tutti i quartieri, sono ormai capaci di individuare un volto nella folla e scoprire chi è, in modo automatico, 24 ore su 24. Una volta identificata la persona, è possibile associare i dati disponibili in Rete, gli spostamenti, i messaggi, insomma la sua vita, antica e recente.
La seconda novità riguarda la diffusione dei social media tra miliardi di esseri umani di ogni continente. In cambio dei servizi offerti dalle piattaforme, cediamo i nostri dati individuali e comunitari, i contatti, gli affetti, le emozioni, la privacy. Studiando questi dati personali su larga scala, si possono influenzare le decisioni dei singoli. Gli esperti la chiamano “coscienza a sciame”: in pratica «diventa impossibile distinguere i propri pensieri dai pensieri delle persone a cui siamo connessi» (Paolo Benanti, Oracoli, Luca Sossella editore, 2018).

Lo Stato autoritario
A questo punto il gioco è fatto. Controllando Internet e la rete di videocamere, uno Stato repressivo può sorvegliare (e prevedere in anticipo minuto per minuto) vita e pensieri dei cittadini. Attraverso algoritmi (programmi software) invisibili alla popolazione, può creare un punteggio che classifichi i cittadini, distinguendo tra “affidabili” e pericolosi. Questa classifica di merito è pubblica, quindi confrontabile con quella dell’intera popolazione, per cui diventa una specie di gogna. Il punteggio «viene utilizzato per determinare l’ammissibilità di un prestito, l’idoneità per un lavoro, dove i figli possono andare a scuola», se posso comprare una macchina o una casa o un biglietto del cinema, se posso frequentare una certa persona. Un incubo.

Cina
Tra le nazioni che si sono incamminate in questa direzione, forse c’è la Cina. Il sistema è stato lanciato come «un modo per misurare e migliorare la “fiducia” a livello nazionale e per costruire una cultura della “sincerità”». Sembra di rivivere i momenti peggiori dello stalinismo. Il comportamento di ogni singolo cittadino viene spiato, valutato e classificato indipendentemente dal suo volere. Gli algoritmi sono in grado di scoprire deviazioni dal comportamento considerato standard.
Elemento centrale del sistema sono i social, che diventano le centrali di spionaggio del governo: le persone, infatti, sono valutate per quello che comprano in Rete (e fuori), per cosa dicono, per gli amici che frequentano. Il mio punteggio, infatti, è influenzato anche da quello che i miei amici online dicono e fanno! Naturalmente, per i cittadini più obbedienti e aderenti al profilo comportamentale standard vi sono «ricompense e privilegi speciali». In pratica è un metodo di controllo sociale travestito da gioco a premi, «un’obbedienza stile gioco d’azzardo», perché non so mai cosa “loro” sanno di me, cosa pensano di me, quindi se mi sta per arrivare una punizione. Fermiamoci qui, anche se potremmo andare avanti a descrivere le astuzie pensate per controllare la popolazione, astuzie che si stanno diffondendo in altre nazioni del mondo. Un paradiso per i dittatori.

Quale modello?
Durante la presidenza Trump e la pandemia, gli Usa hanno mostrato i limiti della propria “liberal-democrazia”, con le sue insopportabili disuguaglianze e il potere concentrato nelle mani di pochi super-ricchi. Dal canto suo la Cina, Stato repressivo con tutto il potere riservato al partito, ha reagito in modo più efficiente sia riguardo alla pandemia che alla crisi economica. Entrambi dispongono di una tecnologia capace di manipolare la popolazione. La domanda a questo punto è: riuscirà la Cina a “vendere” il proprio successo economico, esportando il proprio modello di Stato autoritario e relativi “valori” in tutto il mondo? E quanti aspiranti piccoli dittatori sono pronti ad emulare il modello cinese, utilizzando la tecnologia per mantenere il potere?

Si prospetta uno scontro tra capitalismi (Branko Milanovic, Capitalismo contro capitalismo, Laterza, 2020), un confronto tra diverse concezioni del mondo, con “valori” in competizione tra loro. I cittadini preferiranno uno Stato autoritario e corrotto, capace di decisioni rapide ma repressivo, oppure una democrazia inefficiente e piena di disuguaglianze, ma con più libertà? Ogni cittadino dovrà scegliere da che parte stare. Anche l’Unione europea ultimamente ha dovuto confrontarsi con le spinte autoritarie di alcuni suoi leader nazionali. Forse l’Europa è l’unica che può cercare un’alternativa ai modelli statunitense e cinese. Ma dovrà avere ben chiaro che “democrazia” e “Stato di diritto” restano ancora cruciali per costruire un futuro di libertà e partecipazione. Controllo democratico della tecnologia compreso.

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