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Persona e famiglia > Famiglia

Paolo, uomo di spirito

di Gianfranco Manganella

- Fonte: Città Nuova

«Voglio anch’io vivere così». Ricordo di un amico sensibile a ciò che dà  vera felicità, malgrado la sua dipendenza.

mani

Si faceva chiamare Paolo, ma non era il suo vero nome. Ci conoscemmo in Rai quando ero ancora abbastanza giovane e non ero stato assunto definitivamente. Paolo non era mai solo perché la sua conversazione era spiritosa quanto pungente nei riguardi dell’azienda. A me disse che dovevo darmi da fare per entrarvi definitivamente. «Vedi – argomentava –, i programmi che si fanno non sono granché, ma l’assistenza medica per i dipendenti è buona e anche il circolo sportivo è davvero lussuoso e confortevole e ci sono molti vantaggi per i dipendenti. E poi ci sono i campi sportivi e puoi riprendere a giocare a tennis, tu che puoi». Così dicendo, mi mostrò la sua mano destra alla quale mancavano alcune dita. E anche questo lo disse in modo scherzoso, come sempre.

 

Paolo aveva una particolarità che lo faceva particolarmente apprezzare dai colleghi: non poteva fare a meno di bere e, quando aveva bevuto anche due soli bicchieri di vino, diventava divertentissimo, una vera attrazione durante le pause di lavoro. Era infatti funzionario ai programmi anche se, per questo suo limite, non gli affidavano molti incarichi. Per quello che riguardava la sua mano limitata, si parlava di una sua partecipazione alle guerra partigiana, e questo gli consentiva un certo rispetto e una comprensibile indulgenza.

 

Anche le nostre famiglie avevano fatto amicizia: aveva una moglie piuttosto sottomessa e due figli simpatici e sportivi. Uno di loro fu poi assunto come bagnino nel circolo sportivo aziendale nei periodi estivi, addetto alla sicurezza di quanti frequentavano la piscina.

 

Noi gli volevamo bene perché era veramente buono, e quindi soffrivamo di quella sua schiavitù che lo legava irresistibilmente al bere. Un anno, ricordo, con lui e con la sua famiglia scegliemmo una vacanza al mare in Puglia, a Santa Maria di Leuca. Approfittando di un momento di vera confidenza, gli chiedemmo quale ragione avrebbe potuto indurlo a non bere più. Rimase alcuni minuti in silenzio, poi: «Non per la carriera, non per la salute, e nemmeno per la famiglia. Non vedo perché dovrei farlo. Mi sta bene così».

 

Ma avevamo compreso che la sua anima era sensibile alla vita dello Spirito. «Fallo per Dio», osò suggerirgli mia moglie. Così rinunciò al vino per tutto il periodo della vacanza che trascorse con noi e ne fummo felici. E ci confidò che quando era ancora un bambino, quasi ogni sera la mamma lo mandava ad avvisare il padre all’osteria che la cena era pronta e si attendeva il suo arrivo per cominciare a mangiare. Fu così che il padre cominciò a fargli assaggiare un sorso dal suo bicchiere e, a poco a poco, ne fece un compagno di allegre bevute.

 

Dopo questa confidenza ci divenne ancora più caro e parlammo a lungo insieme di Dio che ci ama immensamente e della dignità di essere suoi figli; aggiungemmo che conoscevamo tante, tante persone, migliaia in tutto il mondo, che avevano scoperto la gioia di essere un dono per gli altri, e che questa gioia ci permetteva di amare quanti incontravamo, col desiderio di realizzare la preghiera del Cristo: «Padre, che tutti siano uno come io e te». Ci ascoltava accettando questa dimensione spirituale che cercavamo di vivere insieme con tanti altri. «Voglio anch’io vivere così ed essere felice». Pregammo insieme perché Paolo tenesse fede a questo impegno.

 

Ma poi la vacanza ebbe termine e Paolo fu invitato dai colleghi a riprendere la solita vita costellata delle risate che Paolo provocava coi suoi discorsi allegri e spiritosi dopo aver bevuto due bicchieri di vino bianco. Purtroppo il nostro affetto non riuscì a distoglierlo da quella abitudine finché una epatite acuta rese necessario il suo ricovero in ospedale. Quando andai a trovarlo, non sapevo cosa dirgli: gli presi una mano e la strinsi affettuosamente per condividere la sua sofferenza. Ma lui fu ancora una volta “spiritoso”, mi guardò sorridendo e, con l’aria di prendermi in giro, mi disse: «Intendi tenermela ancora a lungo questa mano?». Dopo due giorni, ci lasciò.

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