Palestina: l’uccisione della giornalista Shireen Abu Aqleh

Mercoledì 11 maggio, a Jenin, un proiettile ha stroncato la vita di Shireen Abu Aqleh, giornalista di Al Jazeera, da 25 anni la voce dei palestinesi, conosciuta e apprezzata da tanti per la sua grande sensibilità, serietà e capacità professionale.
Shireen Abu Akleh
AP Photo/Mahmoud Illean

Le cronache di questi giorni sono piene di dolore e indignazione per la morte di Shireen Abu Aqleh, da 25 anni il volto televisivo della Palestina per l’emittente araba Al Jazeera. Con i suoi servizi e reportage era diventata per tanti “la voce della Palestina”, come l’ha definita un portavoce dell’Autorità nazionale palestinese (Anp).

Shireen Abu Aqleh è stata forse la prima donna palestinese che come giornalista ha raccontato in arabo ad intere generazioni la questione israelo-palestinese, la seconda intifada, l’occupazione dei Territori, le tensioni a Gerusalemme, gli scontri e le proteste sulla spianata delle moschee.

È stata uccisa a Jenin, nel nord della Cisgiordania, mentre si preparava a documentare un’incursione dell’esercito israeliano. Jenin è una città che amava e che aveva per lei un grande valore. Scriveva alcuni anni fa: «Per me, Jenin non è una storia effimera nella mia carriera e nemmeno nella mia vita personale. È la città che può alzarmi il morale e aiutarmi a volare. Incarna lo spirito palestinese che a volte trema e cade ma, al di là di ogni aspettativa, si rialza per perseguire i suoi voli e i suoi sogni».

Shireen Abu Akleh
AP Photo/Maya Levin

Non sono bastati il casco e il giubbotto antiproiettile con la grande scritta “Press” (che la identificava come giornalista) a fermare un proiettile crudele che l’ha colpita al volto, uccidendola forse all’istante. Un proiettile che tutti negano di aver sparato, sia i palestinesi che gli israeliani, nonostante le testimonianze dirette dei colleghi che le erano accanto. Un’inchiesta indipendente sulle responsabilità è stata invocata da numerosi governi: Shireen, oltre ad avere doppia cittadinanza, palestinese e statunitense, era infatti molto nota a livello internazionale e la sua uccisione ha destato scalpore, soprattutto per la professionalità e serietà del suo lavoro unite al valore della persona.

Anche il Patriarcato latino di Gerusalemme ha chiesto «un’indagine approfondita e urgente su tutte le circostanze della sua uccisione e di assicurare i responsabili alla giustizia». La Chiesa non si è sentita interpellata solo dalla palese ingiustizia, ma anche dal fatto che Shireen era membro della Chiesa greco-cattolica di Gerusalemme, dove era nata 51 anni fa in una famiglia arabo-cristiana originaria di Betlemme. Aveva studiato alla Rosary Sisters School di Beit Hanina, un quartiere arabo palestinese di Gerusalemme est, e si era poi laureata in giornalismo all’università Yarmouk, in Giordania. Prima di approdare ad Al Jazeera nel 1997, aveva lavorato, come giornalista, per la radio Voice of Palestine, per Amman Satellite Channel e per Radio Monte Carlo.

Così descriveva solo l’anno scorso la sua carriera: «Da 24 anni mi occupo del conflitto israelo-palestinese per conto di Al Jazeera. Oltre alla questione politica, la mia preoccupazione è stata e sarà sempre la storia umana e la sofferenza quotidiana del mio popolo occupato. Prima di entrare ad Al Jazeera, sono stata co-fondatrice di Sawt Falasteen Radio. Nel corso della mia carriera, ho seguito quattro guerre contro la Striscia di Gaza e la guerra israeliana in Libano nel 2009, oltre alle incursioni in Cisgiordania. Inoltre, ho seguito eventi negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Turchia e in Egitto».

La sua collega Nida Ibrahim, corrispondente di Al Jazeera in Cisgiordania, in questi giorni ha raccontato Shireen con queste parole: «Era gentile, devota e appassionata. Conosceva la storia fino in fondo e ne comprendeva le sfumature». E aggiunge un particolare che la dice lunga sulla sua onestà intellettuale: da qualche tempo Shireen stava studiando l’ebraico per capire meglio il punto di vista israeliano.

Dopo la morte, il corpo di Shireen è stato avvolto in una bandiera palestinese e fatto sfilare per le vie di Jenin. Nella cerimonia di saluto che l’Anp ha voluto tenere a Ramallah, nel palazzo presidenziale della Muqata, il presidente Abu Mazen ha così espresso la sua posizione: «Diamo oggi l’addio a Shireen Abu Akleh che era la voce della verità e la voce della nazione ha continuato . Addossiamo ad Israele la piena responsabilità. Ci rifiutiamo di svolgere una indagine congiunta con gli israeliani, che hanno compiuto questo crimine». Abu Mazen ha anche affermato che l’Anp intende sottoporre il caso alla Corte penale internazionale.

I funerali di Shireen si sono tenuti venerdì 13 maggio a Gerusalemme, nella chiesa greco-cattolica vicina alla porta di Jaffa, e il suo corpo è stato sepolto nel cimitero cristiano che si trova sul monte Sion, il luogo che nel Nuovo Testamento è sinonimo del regno spirituale di Dio, la Gerusalemme celeste. Continuano però a far discutere le immagini degli scontri avvenuti durante il corteo funebre. Alcuni video diffusi da Al Jazeera mostrano i poliziotti israeliani mentre colpiscono i partecipanti al funerale, finanche coloro che portavano sulle spalle la bara, rischiando di farla cadere. Per la polizia israeliana sarebbero stati interventi per riportare l’ordine pubblico.

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