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Italia > Approfondimenti

Palantir e il mondo di Trump

a cura di Carlo Cefaloni

- Fonte: Città Nuova

Carlo Cefaloni

Intervista a Massimo Borghesi. Di quale visione teologico politica è portatore Peter Thiel strettamente legato al mondo trumpiano? Come è stato possibile travisare l’insegnamento di René Girard? Le contraddizioni che agitano il vertice della potenza Usa alle prese con la guerra in Iran senza soluzione. Approfondimento con il filosofo Massimo Borghesi

Donald Trump (a sinistra) e il fondatore di PayPal Peter Thiel . Archivio Ansa EPA/Albin Lohr-Jones

A metà marzo 2026 è arrivato a Roma l’imprenditore Peter Thiel, grande sponsor del vice presidente Usa J.D. Vance ed esponente di punta del circolo ristretto della Casa Bianca trumpiana dove il segretario alla Guerra, Pete Hegseth, esprime più volte ciò che espone sul suo corpo tatuato con la scritta “Dio lo vuole!” .

JD Vance. Donald Trump, Pete Hegseth EPA/WILL OLIVER

La rivista dei gesuiti statunitensi America in un recente editoriale ha rotto gli indugi definendo l’attuale presidenza a stelle e strisce in contrasto radicale con l’insegnamento della Chiesa cattolica giungendo ad invitare all’obiezione di coscienza e rifiutare la chiamata alle armi.

Cosa è venuto a fare in Italia il fondatore della società Palantir Technologies fornitrice di assistenza  al Pentagono, alla Cia, alla Fbi, all’Agenzia per la Sicurezza Nazionale e ai servizi segreti israeliani? Una serie di conferenze su invito di un circolo di cultura tradizionalista nello scenario apocalittico di un conflitto di una guerra con l’Iran che gli Usa e il governo di Tel Aviv non sembrano in grado di saper contenere.

Il tour di Thiel, che parla dell’Anticristo e si presenta come un allievo del grande filosofo cristiano René Girard, è avvenuto a ridosso dell’anniversario dell’elezione il 13 marzo 2013 dell’elezione di papa Francesco che fino alla fine dei suoi giorni ha invitato a non cedere al demone della guerra denunciando gli interessi delle industrie delle armi che appaiono senza più freni.

Francesco non è stato il cappellano militare dell’Occidente nella versione dem di Biden, ma ancora di più ha offerto una visione antitetica alla deriva evangelicale che sostiene Trump ed è penetrata pesantemente anche negli ambienti cattolici statunitensi studiati con attenzione dal filosofo Massimo Borghesi, professore dell’Università di Perugia, in numerosi testi, da “Jorge Mario Bergoglio, una biografia intellettuale” a “Il dissidio cattolico. La reazione a papa Francesco”.

Abbiamo perciò intervistato Borghesi, autore di opere fondamentali sulle radici della teologia politica.

Il mondo che gira intorno a Trump, dai miliardari delle nuove tecnologie ai certi predicatori tradizionalisti, ha eletto a nemico il papa argentino ma non sembra affatto fidarsi di Leone XIV.  È così?

Si papa Francesco, il papa latinoamericano, non è stato amato dall’America del Nord. La sua opposizione al capitalismo dell’era della globalizzazione, la sua attenzione per il terzo mondo, la sua opposizione alla guerra, compresa quella tra Russia e Ucraina, erano profondamente invise ai protagonisti del modello americano a cominciare dai teoconservatori cattolici che non lo hanno mai amato. Anche la Chiesa americana, polarizzata solo sull’opposizione all’aborto e al matrimonio gay, diffidava di lui. Dopo “Amoris laetitia” l’ostilità, guidata dall’ex nunzio a Washington mons. Viganò e dal cardinale Burke, è stata imponente. La minaccia  era quella di uno scisma. Con Leone XIV le acque si sono calmate e, tuttavia, quanti speravano di avere un papato conservatore, al servizio dell’America, sono al momento delusi.

A suo parere Trump esprime una visione di teologia politica ben più profonda e radicata di quanto appaia?

In realtà Trump non è un folle, e nemmeno una figura religiosa. È solo un miliardario megalomane e narcisista che ha sfruttato due fattori. Il primo è la crisi economica dell’industria manufatturiera e del settore automobilistico conseguente alle esportazioni dalla Cina. La globalizzazione, promossa dagli Usa, ha indebolito significativamente la classe media americana. Il secondo è la reazione alla cultura Woke, sposata acriticamente dal partito democratico, che si è impossessata letteralmente dei Campus universitari dettando legge, selezionando carriere, imponendo un nuovo linguaggio sui sessi come una sorta di dogma. L’America religiosa ha trovato in Trump il defensor fidei [difensore della fede] e Trump ha pensato bene di cavalcare l’onda. La sua forza ha coinciso con la debolezza dei democratici, incapaci di esprimere un leader che rappresentasse non solo New York, o il mondo di Hollywood, ma anche l’America profonda, quella per cui religione e nazione costituiscono due momenti di un unico credo.

Trump ha vinto le lezioni con grande scarto imponendosi come un grande leader…

Trump si è imposto come rappresentante della “religione americana” con il suo slogan America first, l’America prima di tutto. Ha avuto buon gioco ad imporsi venendo dopo la presidenza, grigia ed incolore, di Joe Biden. Il suo progetto soffre, però, di una contraddizione interna e, alla fine, i nodi vengono al pettine. Non si può, infatti, pretendere di continuare il ruolo imperiale dell’America e, al contempo, sbattere di fronte al mondo, in maniera arrogante, solo gli interessi del popolo americano. Il contrasto tra i due momenti produce un allontanamento dell’Europa dagli Usa, una frattura dell’Occidente, il declino dell’egemonia americana, l’avanzare del polo cinese. Colui che doveva ripristinare il primato americano diviene il fattore della sua crisi.

Nel 2003 il filosofo e teologo Michael Novak, esponente del mondo conservatore cattolico finanziato dall’American entreprise Institute, fece un tour tra le università pontificie per propagandare la legittimità della guerra in Iraq in contrasto con l’opposizione di papa Wojtyla che pure era riconosciuto come un fiero oppositore del comunismo. Che senso ha il viaggio di Thiel ospitato da ambienti reazionari e tradizionalisti che non mancano mai intorno e dentro il Vaticano?

Peter Thiel, uno degli uomini più ricchi del mondo, è uno sponsor di Trump. La sua è davvero una teologia politica, una visione che utilizza la religione al fine di realizzare una egemonia mondiale. Questo spiega il suo viaggio a Roma, centro del cattolicesimo. Al pari di Michael Novak e dei teocon americani, che per altro trovarono molti interlocutori nel mondo cattolico italiano, anch’egli cerca personaggi e luoghi che favoriscano la sua legittimazione. Occorre dire che non ha avuto molta fortuna. L’Angelicum, che doveva ospitare le sue conferenze, non ha dato il suo consenso, e i suoi incontri, a porte chiuse, non hanno visto la partecipazione di personaggi significativi. Il viaggio romano di Thiel è stato un flop.  Qualcuno in alto aveva dato, evidentemente, disposizioni che chiese e università, a Roma, non si prestassero a fare da cassa di risonanza al viaggio del tecnocrate filosofo.

Cosa risulta inquietante nella visione del fondatore di Palantir? Di quale visione è portatore? E quale incidenza sta avendo e può avere il suo pensiero sullo scenario politico mondiale?

Thiel ha studiato filosofia, conosce bene il pensiero di Strauss e di Girard, non è un dilettante. Nella sua concezione il liberalismo economico e quello politico hanno danneggiato il primato americano. Di contro al libero mercato Thiel afferma la necessità dei grandi Trust, della concentrazione dei poteri, dell’aumento della potenza tecnologica. Questo è il bene per una nazione e tutto ciò che si oppone a questo incremento di potenza è male. La religione qui interviene come un fattore critico della globalizzazione e delle sue ideologie. La religione fa argine rispetto alla visione “progressista”, umanitarista, ecumenica, pacifista, del mondo post-89. Essa favorisce un nuovo pessimismo funzionale allo scontro attuale tra gli imperi.

Come va considerato il rapporto tra fede e politica e in questa impostazione di Thiel?

Si tratta di un uso “politico” della fede che, di  contro a quello progressista, è utile ai poteri forti della nuova destra mondiale. Ciò che è inquietante è questo “uso” perché esso trova facilmente sponde in tanti credenti, protestanti e cattolici, che, disorientati di fronte all’ideologia woke imperante negli ultimi 20 anni, si affida acriticamente a questi oligarchi che, disponendo del potere sui media, hanno capacità manipolatorie molto levate.

Come si spiega il grande successo dell’insegnamento di René Girard, che Thiel presenta come suo maestro ma che è anche punto di riferimento per concezioni opposte a quelle del fondatore di Palantir? Come è possibile che tale pensatore francese sia preso come riferimento dai pacifisti e dai teorizzatori della guerra apocalittica?

In realtà la posizione di Girard, così come emerge dalle sue pubblicazioni, è chiaramente volta a togliere ogni giustificazione ai meccanismi violenti che regolano la società. Girard è un cristiano che crede che il sacrificio di Cristo sia il punto capitale dalla storia, il fattore che svela la menzogna di ogni movimento cruento. L’uso che Thiel fa di  Girard è parziale, utilizza una parte di Girard contro Girard. Nella sua riflessione sulle origini della violenza Girard si sofferma sul meccanismo mimetico che regola i rapporti sociali. Noi desideriamo ciò che altri desiderano. Questa mimesi fa sì che quando l’oggetto del desiderio manchi o scarseggi si inneschi una dinamica conflittuale predatoria. Per Thiel la via d’uscita da questa dinamica, che è quella propria del mercato capitalistico fondato sull’economia del desiderio, è di superare la libera competizione con l’imposizione dei monopoli. Il meccanismo mimetico, alla radice della violenza, viene abolito non dal sacrificio di Cristo, come in Girard, ma dalla concentrazione dei poteri. Da Cristo passiamo allo Stato assoluto di Hobbes. Il pensiero di Girard è totalmente stravolto.

L’opposizione alla guerra di Bush nel 2003 non portò all’invito alla disobbedienza verso gli ordini del comandante in capo della Casa Bianca. La situazione attuale, considerando le dichiarazioni del cardinal Cupich e lo stesso gesto clamoroso delle dimissioni del capo dell’antiterrorismo Usa, non è un segnale per legittimare pubblicamente il rifiuto dell’obbedienza dovuta ad un’autorità senza fondamento morale?

Non credo che si possa arrivare a tanto. In primo luogo, perché l’America non è formalmente in guerra con nessuno. Per una dichiarazione di guerra occorre il voto del Congresso. Solo se l’America entrasse in guerra allora si porrebbe il problema ma, in tal caso, il rifiuto di obbedienza sarebbe considerato alto tradimento. In realtà non solo gli americani non hanno nessuna voglia di nuove guerre ma è lo stesso popolo Maga che ha votato Trump che non vuole guerre. Trump è, al momento, in un vicolo cieco. Se l’Iran continuerà a resistere si porrà il problema di come terminare la guerra. Se essa si protrae e ci saranno caduti americani le elezioni di medio termine diverranno un test decisivo per la presidenza. Trump lo sa. Quello che non sa è come chiudere, al più presto, la partita.

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