Pace in Sri Lanka?

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All’inizio dell’anno si è finalmente arrivati alla tanto sospirata firma del cessate il fuoco nella travagliata vicenda dello Sri Lanka. In Europa qualche breve comunicato di agenzia e qualche frettolosa notizia hanno sigillato l’avvenimento. Poco si è saputo della pace, come poco si è sempre saputo di una guerra cruenta che in 18 anni ha infierito su una popolazione di 17 milioni di persone con cifre impressionanti: 60 mila vittime, 80 mila persone portatrici di handicap permanenti provocati da azioni militari o da semplice scoppio di mine ed altre decine di migliaia evacuate dalla penisola settentrionale di Jaffna e assiepate in campi profughi dove spesso l’unico tetto è una lamiera o una semplice capanna. Nel gennaio scorso mi ha fatto impressione vedere al Bandaranayake International Airport di Colombo la carcassa affumicata di uno dei boeing della Srilankan Airlines. Era un relitto fantasma abbandonato sulla pista, dove nel luglio un commando di guerriglieri Tamil del Ltte, infiltratisi nelle maglie della sicurezza, aveva distrutto aerei militari e dimezzato la piccola flotta della promettente compagnia di bandiera. Fuori dall’aereoporto però, sulla strada che porta da Negombo a Colombo, i posti di blocco, sia pure presenti, erano meno visibili e nella capitale stessa la vita dopo il tramonto sembrava essere quella di una città quasi normale. In molti, sia tamil che singalesi, come indù e buddhisti o cristiani, avevo colto una grande speranza. Le elezioni politiche tenutesi in dicembre avevano infatti decretato il turn over. Dalla gestione della famiglia Kamaratunga-Bandaranayake si è passati a quella di Wickremesinghe del United National Party. Chandrika Kamaratunga, da sei anni presidente, aveva fin dall’inizio nominato primo ministro sua madre, la signora Bandaranayake, donna di ferro, morta nel 2000 ultraottantenne, che aveva all’inizio degli anni Sessanta fatto storia diventando la prima donna presidente nel mondo. Senza dubbio la famiglia Bandaranayake, da sempre simbolo dello Sri Lankan National Front, ha dato molto al paese. Il marito della signora Bandaranayake, padre della Kamaratunga, presidente del paese alla fine degli anni Cinquanta, morì colpito da un monaco buddista la cui mano fu armata da fanatici di questa religione. La stessa Kamaratunga ha perso un occhio in un attentato davanti al municipio di Colombo nel 2000. Tuttavia il potere di questa famiglia, se era sembrato, dopo l’attentato mortale al presidente Premadasa, un toccasana per una speranza di pace nella turbolenta guerra civile è progressivamente scivolato nella demagogia del family Raj. È questa la definizione che stigmatizza la tendenza di affidare il potere politico a gruppi familiari nel sub-continente indiano. Ne sono un chiaro esempio i Gandhi-Nehru in India ed i Bhutto in Pakistan. Gli ultimi tre anni hanno, d’altra parte, visto anche gli estremisti del Ltte, che da anni combattono per l’indipendenza della parte tamil dell’isola (il nord con Jaffna e Mannar e la parte occidentale con Batticaloa e Trincomalee), ingaggiare una lotta senza quartiere, intervallata da timidi cessate il fuoco, ma seminata di morti, vittime di guerriglieri suicidi che hanno colpito ministri, civili, militari edifici pubblici e privati. L’esercito nella penisola di Jaffna, ormai interamente controllata dai guerriglieri, non è stato da meno in quanto a efferatezza e crudeltà, trucidando bambini ed anziani. “La situazione in Sri Lanka – mi diceva lo scorso anno un amico di Colombo – è ormai come quella dell’Irlanda del nord o del Libano di 15 anni fa. Si combatte una guerra che nessuno vuole e nessuno capisce perché si combatte. Sembra quasi, e questa è la cosa più tragica, che si muoia e si rischi la vita ogni momento per interessi di altri”. In effetti, al di là del problema sociale (di cui abbiamo già parlato in passato su queste stesse pagine), ormai endemico, fra singalesi e tamil, buddhisti e indù rispettivamente, ma anche cristiani, non si fatica a a vedere una mano esterna nella complessità e assurdità della guerra. I guerriglieri tamil, inizialmente appoggiati indirettamente dall’India che tende da sempre a giocare un ruolo egemonico nel sub-continente, hanno goduto in seguito di non pochi alleati all’interno del grosso e misterioso cerchio del terrorismo internazionale. I tamil, residenti all’estero, hanno riversato miliardi di dollari per la loro causa in patria e imbarcaL’11 settembre ha giocato un ruolo importante anche qui, ma paradossalmente a favore della pace. Il terrorismo internazionale è uscito allo scoperto ed i suoi legami sono stati messi in evidenza. Questo ha in definitiva spezzato le gambe ai guerriglieri del Ltte che si sono trovati isolati. Al tempo stesso Wickremasinghe ha impostato tutta la sua campagna elettorale sulla pace. È stata una carta decisamente vincente. Grazie all’aiuto del governo norvegese, in febbraio per la prima volta, dopo anni, rappresentanti del governo di Colombo hanno attraversato la linea di demarcazione posta a pochi chilometri da Anuradhapura, l’antica capitale, per arrivare a Vavunyia dove al tavolo della pace si è seduto il primo ministro Wickremesinghe e la proposta di pace è stata firmata da Prabhakaran che per anni aveva sfidato il governo ed il mondo in nome di uno stato indipendente per i tamil. Ovviamente non è ancora tutto fatto. C’è da trovare i termini che siano accettabili ad entrambe le parti e dopo anni di irrigidimenti progressivi non sarà semplice individuarli in tempi brevi. Nessuno può negare che da 40 anni i tamil, un tempo intellighenzia dell’isola con il controllo dell’amministrazione, si sentano cittadini di seconda categoria. Le province del nord e dell’ovest non solo hanno sofferto molto, ma anche si trovano economicamente in ginocchio e l’odio fomentato fra le due etnie religiose avrà bisogno di tempo per essere guarito. I giochi politici poi non sono semplici nemmeno nella capitale. Il paese è governato da un presidente cui l’elettorato ha di fatto tolto la fiducia e che ha dovuto nominare primo ministro un suo nemico dichiarato, che invece sta conquistando la simpatia del popolo come hanno mostrato anche le elezioni comunali tenute in marzo. La sera stessa dell’accordo, cui è seguito il vero cessate il fuoco il 23 febbraio, il presidente ha minacciato di usare i suoi poteri costituzionali per cancellare ciò che le firme facevano sperare. Ha infatti accusato il primo ministro di averla tenuta all’oscuro dei termini del protocollo firmato. Ha suscitato anche molto scalpore il fatto che dopo più di 10 anni, Prabhakaran, il temutissimo capo dei guerriglieri è nuovamente apparso in pubblico. Il suo volto notoriamente truce e visto solo su foto e clip di repertorio per un decennio, appariva rassicurante e sorridente durante l’intervista concessa alla stampa internazionale. Egli stesso ha acconsentito a sedere al tavolo dei negoziati che si svolgeranno, con tutta probabilità, in Thailandia nel prossimo mese di giugno. Tutti sentono che questa può essere la volta buona. Se non lo fosse tutti sanno, che non si sarà una via di uscita. Lasciando Colombo questa volta mi porto via i sorrisi più rassicuranti dei militari ai posti di blocco dell’aeroporto e di quelli incaricati della sicurezza sul nostro boeing della Srilankan. Anche lì si intravede un segno di speranza. Forse quei due aerei che l’11 settembre hanno puntato diritto sulle Torri di New York non sapevano di mettere in moto un processo di pace dall’altra parte del mondo in un paese dove vivono tante persone quante nella metropoli americana.

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