Ottocento. Un secolo minore?

Non gode di buona fama l’Ottocento italiano. Espresso in scuole ed indirizzi diversi, quanto non contrastanti, sembra chiudere melanconicamente la grande stagione internazionale della nostra arte con Canova, per riapparire a fine secolo, fugacemente, con Boldini. In mezzo, c’è la produzione risorgimentale e romantica, il decennio avanguardista – per l’Italia – dei Macchiaioli o la tematica sociale di un Pellizza da Volpedo. Gli artisti viaggiano – in Inghilterra, Francia, soprattutto, a Parigi, centro dei nuovi fermenti -, riportandone suggestioni che li avviano dal modello classico delle Accademie ad un’arte più vicina alla vita, più libera. Il secolo, comunque, cova bagliori sotto la cenere. Singolare è la corrispondenza – l’interscambio – tra arti figurative e produzione musicale e letteraria. Una peculiarità italiana, che nel passato, ad esempio, aveva visto il dialogo tra la sensibilità del giovane Tiziano e l’Orlando dell’Ariosto, o fra il melodramma e la scultura di Bernini. Antonio Canova è la star internazionale nel primo ventennio del secolo. I suoi marmi di atleti perfetti, di donne piene di grazia, i ritratti classicheggianti dei potenti – una rivisitazione nostalgica, e convinta, dell’Antico, come lo sono i dipinti dell’Appiani – trovano corrispondenza nella musica sublime del Rossini delle opere serie, o nei versi delle Odi e delle Grazie del Foscolo: c’è una identica visione di purezza superiore dell’anima umana e dell’esistenza. A metà secolo, la cele- bre tela de Il bacio, di Francesco Hayez (1859, Milano, Brera) è un manifesto palpitante del romanticismo, una melodia colorata, ricca di sentimento, come quelle nei drammi musicali di un Donizetti o di un Verdi. Anzi, si riallaccia anche alla loro vena storica – il medioevo, in particolare, mitizzato – dipingendo scene come Il supplizio di Marin Faliero o Il Consiglio alla vendetta. La Storia è infatti un genere di grande popolarità – si pensi ai romanzi di Manzoni o Guerrazzi -, anche se pittori come Hayez o scultori come Lorenzo Bartolini la interpretano ancora in forme accademiche: corpi torniti, colori densi, volti tra il reale e l’ideale. La storia invece, che si va facendo – il cosiddetto Risorgimento, ma pure quella quotidiana, delle province – anima una schiera di artisti diversi, che continuano una tradizione mai spenta. Così, un talento solitario come Giovanni Fattori alterna tele patriottiche come La battaglia di Custoza, ai paesaggi maremmani, assolati e silenziosi – se ne ritrova l’eco in certi versi di Carducci -, alle indagini quotidiane, come La rotonda dei bagni Palmieri (1866, Firenze, Pitti): qui egli gioca a colorire a macchia figurine e cose, creando un ambiente di delicata vivacità, con una punta di malinconia. La stessa che ci arriva dalle tele di Silvestro Lega (La lezione, 1881) o del Fontanesi (La solitudine, 1875): un piccolo mondo antico, di bei colori tersi, di descrizione puntuale di abiti e volti, di luce temperata: un impressionismo italiano, non aggressivo, misurato. Così come lo sono le sculture di Vincenzo Gemito (Il pescatore, 1877): attimi di vita reale, brani di vita, vivaci, come le scene delle opere di un Puccini o di un Leoncavallo. Ma l’aria d’Oltralpe si fa sentire. Un senso tardoromantico, a fine secolo, di stanchezza e pure di voglia di evasione, insieme alla necessità dell’impegno sociale. Boldini e Pellizza da Volpedo esprimono, in modo antitetico, queste urgenze. Il primo, ritrattista geniale, crea un mondo sofisticato in cui anche i bambini (Ritratto del piccolo Subercaseaux, 1891) suonano copie sbalordite della vanità degli adulti, disegnata a guizzi vaporosi; il secondo, nel celebre Il Quarto Stato (1901) fa avanzare una umanità compatta dentro una tonalità bruciata: un quadro politico, specchio di un’Italia che guarda in avanti. Il secolo iniziato con un canto alla classicità, chiude così (o si apre) su questo doppio binario. Da esso le mille frammentazioni del l’ar te del secolo ventesimo: preparata nei decenni, esplode in forme più creative, originali; e, talora, più drammatiche. Ottocento. Da Canova al Quarto Stato. Roma, Scuderie del Quirinale, fino al 10/6 (cat. Skira). Giovanni Fattori tra epopea e vero. Livorno, Museo Fattori, fino al 6/7 (cat. Silvana Editoriale).

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