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Cultura > Musica

Otello a Roma

di Mario Dal Bello

- Fonte: Città Nuova

Una coproduzione internazionale – Montecarlo e Tbilisi − per il lavoro verdiano, bello e difficile

Vittoria Yeo (Desdemona) e Marco Berti (Otello). Ph Fabrizio Sansoni-Opera Roma, 2024
Vittoria Yeo (Desdemona) e Marco Berti (Otello). Ph Fabrizio Sansoni-Opera Roma, 2024

Aveva 74 anni Verdi, quando, dopo anni di silenzio, scatenava alla Scala un uragano terrificante aprendo il suo Otello. Energia indomabile, cura estrema della parola – i versi “ricciuti”, estetizzanti e talora ingombranti di Boito −, raffinatezza orchestrale, canto ariosamente declamato. La forza, la penetrazione psicologica intatta.

Certo, la gelosia è il motore di tutto e Jago, blasfemo e cupo, ne è l’incarnazione maligna. Distruggerà l’amore dell’eroe Otello e della innocente Desdemona, lentamente, goccia a goccia. Un dramma straordinariamente sempre attuale.

Verdi si butta dentro, si rinnova pur rimanendo sé stesso e dice la sua ultima parola, tristissima, sul cuore umano. L’opera, è noto, contiene momenti molto forti e belli, specie l’ultimo atto di morte, commosso, silenzioso, pieno di compassione per la fine dell’amore da parte del vecchio Verdi.

Per un tale lavoro, ci vogliono cantanti-attori giusti. Difficile trovarli, che non urlino in modo “veristico”, come già Verdi ha sperimentato a suo tempo, specie per le voci maschili. A Roma l’allestimento è bello, una gran scena di architettura cinquecentesca brunita, essenziale, attraversata talora da nebbie, venti, come dei fantasmi in un aleggiare di morte.

Daniel Oren sul podio. Ph Fabrizio Fabrizio-Opera di Roma, 2023

Daniel Oren sul podio. Ph Fabrizio Fabrizio-Opera di Roma, 2023

Giusta la regia misuratala di Allex Aguilera, un regista che ha studiato canto lirico, e lo si vede: i cantanti non sono sottoposti a prove d’azione che li snervano, per fortuna. Così abbiamo ascoltato il secondo cast con le voci appropriate del soprano Vittoria Yeo, del baritono Vladimir Stoyanov e del tenore Marco Berti, forse non del tutto a suo agio nel ruolo.

Daniel Oren dirige vulcanicamente l’orchestra – col rischio di coprire talora le voci e anche di un po’ di retorica – ma la “buca” risponde molto bene, specie le percussioni, gli ottoni e i contrabbassi. Oren è un entusiasta e lo si vede, anche nei momenti delicati e belli. Spettacolo dunque positivo − il coro in forma − nel complesso, di un lavoro che andrebbe riproposto più spesso. Repliche fino al 12.

 

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