Orientamento lavorativo

“. . . come posso aiutare mio figlio ad orientarsi serenamente nel mondo del lavoro?”. Francesco – Roma Nei paesi cosiddetti ricchi, il lavoro sta attraversando una trasformazione epocale. Il denaro sorprendentemente sta perdendo potere. Recenti studi in merito confermano che, oltre un certo tetto “di sicurezza”, avere più denaro accresce di poco o nulla il benessere soggettivo. Ciò è dovuto al fatto che la nostra economia si sta rapidamente trasformando da un’economia fondata sul denaro a un’economia fondata sulla soddisfazione esistenziale. Per cui è importante domandarsi quale posto assegna una persona al proprio lavoro in relazione al resto della propria vita. Gli studiosi rispondono distinguendo tre tipi di “orientamento lavorativo”: lavoro, carriera, vocazione. Un lavoro è quello che si fa per lo stipendio a fine mese. In un lavoro non cercate altre rimunerazioni: è solo un mezzo per un altro fine (mantenere la famiglia o sé stessi, oppure avere più soldi per soddisfare i propri capricci). Una carriera comporta un investimento personale più intenso. Misurate il vostro successo attraverso il denaro ma anche attraverso gli avanzamenti di carriera: ogni promozione fa salire il vostro prestigio e potere, oltre che la vostra retribuzione. I giovani associati di uno studio legale diventano soci titolari, gli assistenti universitari professori associati, i quadri vicepresidenti, e così via” Quando la carriera è al culmine, inizia l’alienazione, e cominciate a guardare altrove in cerca di gratificazione e di senso. Per vocazione si intende la dedizione appassionata a un dato lavoro in sé e per sé. Coloro che hanno una vocazione vedono il loro lavoro come un contributo al bene collettivo, a qualcosa di più vasto di loro: di conseguenza, la definizione religiosa è del tutto appropriata. Il lavoro è per loro gratificante di per sé, a prescindere dalla retribuzione percepita e dai possibili avanzamenti di carriera. Tradizionalmente, il termine vocazione era riservato a pochi lavori prestigiosi ed eletti, come sacerdoti, giudici di Corte Suprema, medici, scienziati. Invece, qualunque lavoro può diventare una vocazione, e qualunque vocazione può diventare un lavoro. Per cui se un medico intende il proprio compito come un lavoro, interessato unicamente a guadagnare bene, non ha una vocazione, mentre se uno spazzino vede il proprio lavoro come qualcosa che rende il mondo un luogo più salubre e piacevole per gli altri, allora può avere una vocazione. Una volta conobbi una persona che, alla domanda di quale lavoro svolgesse, mi rispose così: “Sono ausiliario ospedaliero in una sala di rianimazione, ma tutte le settimane porto qualche nuovo poster o fotografia. Sa, sono responsabile della salute di tutti quei pazienti. Per esempio c’è un signore che da quando lo hanno portato lì da me non ha ripreso conoscenza, ma quando si sveglierà voglio che veda qualcosa di bello”. Questo ausiliario non intendeva il suo lavoro come un meccanico svuotare padelle o ripulire i vassoi, ma come un prendersi cura della salute dei pazienti, anche procurando oggetti che portassero un tocco di bellezza in quei loro giorni difficili. Forse aveva avuto in sorte dalla vita un lavoro modesto, ma aveva saputo trasformarlo in un’alta vocazione.

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