Orfeo sogna Euridice

Conosciuta per i suoi trascorsi di reginetta punk-rock della danza, ci si aspettava chissà quale tumultuosa lettura coreografica dell’Orfeo ed Euridice, l’opera settecentesca che Gluck musicò rileggendo l’antico mito greco. Invece, firmando coreografia e regia per il Teatro San Carlo di Napoli, l’americana Karole Armitage ha spiazzato tutti allestendo un balletto d’impeccabile bellezza dove combaciano, in armoniosa simbiosi, la purezza delle linee in movimento dei ballerini con le note musicali dei cantanti. Non più, quindi, le visioni barocche della discesa agli inferi di Orfeo per riportare sulla terra l’adorata Euridice, ma scenari stilizzati di luminose atmosfere da sogno, per una “meditazione sul senso della perdita” (definizione della Armitage). Nel lessico contemporaneo della quarantenne coreografa, si scorgono le radici stilistiche dei suoi maestri, Balanchine e Cunningham: ovvero il rigore neoclassico e la tensione astratta. Quest’ultima trova piena sintonia con l’elemento pittorico (che la coreografa ha sempre voluto nel suo costante impegno di unire danza ed arte). La scenografia di un maestro del minimalismo qual è lo statu- nitense Brice Marden, crea un cielo boreale di bianco e di grigio, un labirinto di segni contorti alla Pollock, e un tempio di colonne stilizzate. Sullo sfondo di questi paesaggi la parabola sul potere dell’amore e della musica oltre la morte, diventa luogo mentale e spazio dell’anima: dal buio degli inferi alla luce della vita attraverso le prove per riconquistare l’oggetto amato. La coreografia della Armitage dispensa momenti di vera intensità nel distribuire sulla scena i tre cantanti – Orfeo, Euridice e Amore, in lunghe tuniche grigie – doppiandoli con i danzatori e con un’altra coppia che impersonifica la bellezza. Con movimenti stilizzati, dalle influenze orientali, il coro, in vesti rosso cupo, accompagna dapprima il distacco di Orfeo; mentre le Furie compongono curve e linee diagonali nell’impetuoso contrastare la discesa agli inferi. Nel far muovere solisti e masse la Armitage dimostra un raffinato equilibrio alternando, nella nuda e vasta scena, un respiro musicale che lascia tempo al gesto di imprimersi nell’animo. E il trionfalistico lieto fine, con la protagonista restituita al suo cantore, trova, in un’apoteosi allucinata, un leggero sguardo ironico. Spettacolo magnifico e lode incondizionata ad un eccellente Corpo di ballo, specialmente ai bravissimi protagonisti Edmondo Tucci e Alessandra Veronetti. Giuseppe Distefano “Agamennone”

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