One Hour Photo

Sy lavora in un minilab fotografico di un centro commerciale. È un lavoro monotono come monotona è la sua vita solitaria, senza contatti umani che non siano quelli con i clienti. Forse è per questo che Sy mette un tale impegno nel suo lavoro, che le foto sono ormai il suo mondo: ampliano il suo altrimenti limitato spazio esistenziale proiettandolo in luoghi, situazioni ed eventi che lui non vivrà né vedrà mai. Così da anni fantastica intorno a una famiglia di suoi assidui clienti che, nei suoi sogni, si trasforma nella “sua” famiglia e lui nell’amato “zio Sy”. Si sente ormai uno di casa, dopo che per undici anni ha stampato le loro foto. Anzi, arriva addirittura a incollarne centinaia su una parete di casa sua, l’intera vita di quella famiglia ogni giorno sotto i suoi occhi. Ma quando scopre che il marito se la fa con una collega, il mondo di Sy crolla, capisce che anche le foto mentono, ingannano, non restituiscono un’immagine fedele della realtà. Così le sue innocue paranoie si trasformano in una rabbia sorda e cieca che lo condurrà, coltello alla mano, sull’orlo del baratro. Romanek tenta di rappresentare una storia di ordinaria follia puntando tutto su Robin Williams, insolitamente nei panni del cattivo, e con Sy vuole rappresentare l’emblema del disadattato moderno: solo, senza vita affettiva, che si muove in uno scenario asettico e spersonalizzante, sia al lavoro che nella vita privata. Ma oltre a questo c’è poco altro. Inconsistenti gli altri personaggi, deboli i dialoghi, troppo lento il ritmo. Il fatto è che per far riuscire un film così era necessaria o molta più cattiveria e disperazione (appena intravista nella scena del sogno di Sy) o un maggiore controllo e distacco. Invece il regista opta più convenzionalmente per una misura di mezzo e si accontenta di trascinare avanti la storia senza particolari sussulti. Rimane inquietante (perché verosimile) la descrizione di una società così malata di solitudine da generare questi tristi, invisibili, ordinari mostri di quotidiana follia. Regia di Mark Romanek; con Robin Williams, Connie Nielsen, Michael Vartan, Dylan Smith, Eriq La Salle.

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