Omelia, che penitenza

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Poveri celebranti! Proviamo a metterci nei loro ecclesiastici panni. Ogni domenica, un esame orale: cercare d’interessare alle Scritture appena lette un pubblico (sempre quello) che è lì davanti spesso per precetto (festivo), disabituato ad ascoltare, avvezzo a cambiare canale (televisivo), con la testa sui progetti del dopo-messa. Impresa ardua non solo per sacerdoti alle prime armi, ma anche per chierici consumati e grandi santi. È certo consolante per i sacerdoti la vicenda di san Paolo. Durante un lungo discorso fece addormentare almeno Eutico. Infelicemente il giovane si era seduto sulla finestra – documentano gli Atti degli apostoli -, cosicché cadde dal terzo piano e venne raccolto morto. Paolo pregò il Padre che lo riportasse in vita. E fu esaudito. Persino il Maestro ha avuto problemi. Nella sinagoga di Nazareth, Gesù – secondo gli storici – pronuncia la sua prima omelia: Allora cominciò a dire: Oggi s’è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi, riporta Luca. Episodio rievocato dai padri nel corso del Sinodo dei vescovi sulla Parola di Dio, svoltosi in ottobre, che l’hanno commentato così: Le persone si sono stupite del messaggio di grazia che usciva dalla sua bocca, ma alla fine erano pronte a gettarlo nel precipizio. Rischio assai remoto per i celebranti di oggi, ma progetto accarezzato da quei fedeli non disposti a sorbirsi discorsi noiosi e lunghi. Eppure, resta una preziosa opportunità l’omelia domenicale. Per la gran parte dei cattolici di tutto il mondo è l’unico momento di ascolto e di riflessione sulle Sacre Scritture. Nella sola Italia, ci sono 25 mila parrocchie. Se in ciascuna la media è di quattro messe domenicali, vengono pronunciate 100 mila omelie. Cosa resta nei fedeli? L’intellettuale cattolico Carlo Bo ne parlava come di un tormento dei fedeli, mentre lo scrittore transalpino François Mauriac osservava: Non c’è nessun luogo in cui i volti siano così inespressivi come in chiesa durante le prediche. Che l’omelia sia percepita come uno dei punti deboli della vita della Chiesa lo sapevano bene i partecipanti al recente Sinodo. Tanto che nella relazione introduttiva, affidata al cardinale canadese Marc Oullet, è stato messo il dito nella piaga: Nonostante il riordino di cui l’omelia è stata oggetto al Concilio, sperimentiamo ancora l’insoddisfazione di molti fedeli nei confronti della predicazione. Il peccato mortale di ogni comunicazione, si sa, è la noia. E qualche effetto può essere devastante. Su tutti, l’abbandono, con cattolici che aderiscono alle Chiese pentecostali e carismatiche affermando che tali Chiese insegnano meglio la Bibbia, ha informato mons. Osei- Bonsu, vescovo in Ghana. Il mondo attuale è stanco di ascoltare – ha sottolineato mons. Mangkhanekhoun, vicario apostolico di Paksé, Laos -, ma non è affatto stanco di stupirsi e ammirare un testimone vero. C’è fame e sete di pastori che vivono ciò che predicano e predicano ciò che vivono. Al Sinodo è stato posto l’accento sulla preparazione: Se il Verbo incarnato ha messo trent’anni di preparazione per tre anni di predicazione… . Eh sì, la preparazione. Qualche riottoso cita ancora Cicerone – Rem tene, verba sequentur (se possiedi l’argomento, la parole verranno) -, ma la preparazione, magari con l’ausilio di qualche padre e madre di famiglia svegli e capaci, resta centrale. E guai a lesinare sul tempo. Vale sempre una formula: per parlare un’ora, basta un’ora; per parlare mezz’ora, un giorno; per parlare dieci minuti, una settimana. Certo, si dirà che parlare è un’arte e non tutti ce l’hanno. Ma è altrettanto vero – come puntualizza Roberto Beretta nel divertente libro Da che pulpito… (Piemme) – che la predicazione fa parte del ministero dei preti ed è quindi loro dovere imparare a prepararsi a compierlo il meglio possibile. E invita a non superare i dieci minuti, ricordando tre regole fondamentali della retorica: avere qualcosa da dire, dirla, smettere di dirla. Un invito utile per chiunque. E le conclusioni del Sinodo al riguardo? La proposizione 15, che, assieme alle altre 54 sarà consegnata al papa, auspica che si elabori un Direttorio sull’omelia, cioè un compendio di principi, consigli e temi per rendere efficace la predicazione; nel frattempo viene invitato il celebrante a porsi tre domande: cosa dicono le letture proclamate? cosa dicono a me personalmente? cosa devo dire alla comunità, tenendo conto della sua situazione concreta? I padri sinodali, infine, consigliano l’omelia anche nelle messe feriali. Coraggio!, fedeli. Ma non va dimenticato che l’esito di una predicazione dipende anche dai partecipanti. Se si entra in chiesa come si oltrepassa la soglia di un studio dentistico, risulterà assai arduo per il celebrante interessare e coinvolgere. Nella comunicazione non è affatto secondaria la qualità dell’ascolto. È altrettanto vero che le omelie efficaci sono espressione di una comunità viva, sono un momento di comunione di una parrocchia- in-comunione, in cui il celebrante partecipa la sua esperienza personale, e quella della propria gente, con la Parola. Non mancano esempi. Anche nelle nostre città. E la gente accorre da chi trasmette vita.

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