Oman felix

È l’unico luogo della regione che non conosce sommovimenti. Il sultano Qaboos e lo sviluppo sereno. Le incognite del futuro.
Pescatori a Barka

L’autista del minibus di linea non cessa un solo istante di decantare le straordinarie doti del sultano: «Qui ha fatto questo… qui quest’altro… qui la sua bontà ha costruito un viadotto…». È quasi stucchevole nella sua ingenuità e nella sua sincera esaltazione dell’Oman. Finché arriviamo a Barka, un grosso borgo dedito alla pesca e al commercio, oltre che alle competizioni taurine. Si fregia di una fortezza caratterizzata da un’insolita torre ottagonale, del Seicento. È stata appena restaurata e vi si accede senza pagare. Anche qui, come in tanti altri luoghi del Paese, si scorge un festival di torri e merli arrotondati, scale circolari e feritoie che servivano a scaricare sugli assalitori pentoloni di miele bollente.
Di fronte al forte i pescatori vendono il pesce sotto una tettoia  o direttamente sulle barche arenate sulla spiaggia. Si respira una naturalezza straordinaria tra i vecchi e i giovani che vendono il pescato con calma decisa. Nessuno rifiuta un sorriso, tutti accettano di farsi fotografare. Ci sono pesci di tutte le taglie, dai pesci spada lunghi tre metri ai piccoli squali bianchi, al minuscolo pesce azzurro.
Qui il mare pare ancora pescoso e generoso: non verrebbe proprio da pensare che nel vicino stretto di Hormuz la resistenza nervosa di tanti militari sia messa a dura prova dalle minacce iraniane, o che a cento miglia da qui imperversino i predoni somali. Tre giovanotti riassettano le reti. Conversano a voce bassa, sereni. Il muezzin fa sentire la sua voce e si stendono a pregare con le mani ancor viscide di pesce. I bambini continuano a giocare. Oman felix.
 

Il porto e il palazzo

 
Barka, simbolo di un Paese sostanzialmente sereno, si trova a 30 chilometri dalla capitale, il cui porto si trova a Mutrah, uno dei due poli della città vecchia, assieme alla vera e propria Muscat. Il suq è suggestivo. L’incenso la fa da padrone assieme al profumo e all’oro.
Ciò che conta è il fattore umano, cioè un popolo che abita una terra dura come la Penisola arabica ma che pare tollerante, allegro, non integralista, governato da un sultano che pare più illuminato dei colleghi della regione. Qui non c’è ombra di terroristi.
La mia passeggiata lungo il mare d’Oman comincia così sulla corniche di Mutrah, un lungo arco esposto magnificamente, che raccoglie l’abitato della città, protetto alle spalle dalla catena di montagne basse, aride e impervie. Una moschea allegra si erge maiolicata al centro dell’arco, a proteggere e rassicurare, senza incutere timore: l’Islam omanita ha saputo addolcirsi.
Finché si materializza dal nulla un piccolo gioiello, protetto da ampi portali che delimitano il luogo dove il sultano dell’Oman governa il suo Paese, cioè tre milioni di abitanti. Si scende fino al mare attraversando la città amministrativa, un giardino. Il sontuoso Palazzo del sultano pare un edificio da favola e non un luogo di potere, con le sue colonne a forma di fungo, blu e oro. Esotismo sì, ma anche culto d’una bellezza raffinata che travalica gli stili e le scuole di architettura.
Fa sera, è sabato, cioè domenica in queste terre. Al passeggiar sfrontato e kitsch dei turisti, si sostituisce il deambulare dei locali: gli uomini con il thobe bianco lungo fino ai piedi – o in ogni caso in tessuto chiaro, il dishdasha – e il loro cappellino a cilindro mozzato. E poi le donne, vestite in nero e col volto più o meno coperto (più meno che più).
C’è estrema eleganza in queste figure candide o scure – mi dice un uomo d’affari omanita –, nulla di particolarmente esaltante dal lato della parità tra i sessi, anche se c’è reciproco rispetto. Ma così va la vita, è inutile protestare o lamentarsi. È così, il tempo poi dirà».
 

Infrastrutture

 
L’Oman è tradizione, ma anche modernità. Le infrastrutture di cui si sta dotando sono di valore. «Costruite grazie ai proventi di gas e petrolio – mi spiega un collega giornalista, Ahmad B. –, fanno da volano per l’intera economia omanita e permettono una crescita più lenta di tanti altri Paesi petroliferi, ma salda e duratura. Direi lungimirante». Parla ovviamente del sistema viario, eccellente, sapendo che 40 anni fa si contavano solo 36 chilometri di strade asfaltate. «E poi gli acquedotti e il sistema idrico che premette al Paese di essere addirittura un esportatore di derrate agricole! Anche i porti stanno diventando dei modelli nella regione».
Il sistema elettrico è ovviamente garantito grazie ad alcune centrali termiche, ma si sta avviando un vasto piano per l’energia solare. Ospedali e scuole, poi, fanno bella mostra di sé ai lati delle vie di grande comunicazione e nel budget del 2012 sono diventati la priorità, assieme alla creazione di nuovi posti di lavoro. «Purché duri questa saggezza – conclude il collega –, anche dopo la sempre più vicina sostituzione del nostro sultano».
 

Parrocchia

 
La tolleranza omanita favorisce anche la vita delle comunità delle religioni non musulmane. La parrocchia cattolica di Muscat è situata nel quartiere di Ruwi, in un vasto isolato dove il sultanato ha ritenuto di concentrare i diversi luoghi di culto: c’è la chiesa metodista e quella ortodossa, gli avventisti e altri protestanti, ma c’è pure il tempio indù. «Stiamo bene assieme – mi dice padre Raul Ramos, cappuccino filippino che guida la parrocchia di San Pietro e Paolo –. Qui la libertà religiosa è reale e in fondo non si sta male avendo come vicini altre chiese cristiane».
Abituato alla esuberante e cattolicissima gente filippina, padre Raul costata come essere cattolici qui non sia normalità. «Ma debbo dire che il calore e la coesione della comunità cattolica omanita, che conta 10 preti e quattro parrocchie, è straordinaria. Ho dei fedeli che percorrono mille chilometri pur di venire a messa».
Naturalmente i cristiani sono sostanzialmente tutti immigrati, in particolare filippini e indiani. 80 mila sono i cattolici, legati a una delle due diocesi della Penisola arabica, che ha sede nei vicini Emirati Arabi Uniti. «I rapporti coi musulmani sono più che buoni, anche perché gli omaniti sono aperti e disponibili ad accogliere lo straniero. E l’Islam praticato da queste parti è spirituale. Le autorità non esitano a partecipare alle nostre feste e veniamo invitati alle loro».
Anche padre Raul ha una buona opinione del sultano: «È amato e rispettato, non esita ad ascoltare i suoi sudditi e cerca di rispondere con concretezza alle loro domande. Non per niente l’Oman è considerato dall’Onu tra i primi cinque Paesi più pacifici al mondo. E qui la moralità della vita pubblica e privata sembra assicurata più che altrove nella regione».
 

Simboli

 
Ne ho viste tante di nuove moschee al mondo, erette per coltivare l’orgoglio islamico. Ma la Grande Moschea nella periferia di Muscat supera tutte le altre. È stata edificata dal sultano per dare al popolo un motivo di orgoglio, nel 30° anniversario della sua salita al trono, nel 2001. Nel 2011, invece, per il 40°, ha costruito un Palazzo dell’Opera, a Qurm: un edificio sontuoso tra mare e montagna, costruito con gusto e perizia.
Il sultano Qaboos ibn Said – non sposato e senza figli – indubbiamente sa offrire al suo popolo i motivi per essere orgoglioso della propria omanità. Ma invecchia e la gente comincia a chiedersi cosa succederà al Paese alla sua morte. Se lo chiede anche la comunità internazionale, vista la posizione strategica del Paese.
Qui, è vero, non si parla di democrazia, ma nemmeno di dittatura. La ricchezza del sovrano viene accettata, perché qui si vive bene e la gente ne è soddisfatta. Mentre nel vicino Yemen ci si ammazza ancora, come 40 anni fa da queste parti.
In Qatar, Bahrein, Kuwait e persino in Arabia Saudita si teme il contagio della Primavera araba. Anche qui in Oman qualche manifestazione c’è stata, nel gennaio 2011, contro la corruzione, per una maggiore libertà di stampa e di partito, ma senza scontri e senza vittime. Contestazioni finite ben presto.
Oman felix, ma fino a quando?
 
L’Oman in qualche cifra
 
Superficie 309.500 kmq
Abitanti 2.694.000
Crescita 2,1 per cento (2000-2009)
Speranza di vita 74 uomini, 78donne
Pil 55 miliardi USD
Pil pro capite 18.657 USD
Strade 56.361 km asfaltate
Analfabetismo 13,4 per cento
Computer 169 per 1000 abitanti

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