Omaggi a Shostakovic

¦ Roma, Accademia Nazionale Santa Cecilia. Valery Gergiev con la sua Orchestra del Teatro Mariinskij di San Pietroburgo per i 50 anni dalla morte del compositore è stato una settimana nella Capitale con un programma d’eccezione. Grande momento il Boris Godunov di Musorgskij, in forma di concerto con i solisti del teatro sampietroburghese e il Coro dell’Accademia ceciliana, nelle due versioni a confronto: la prima, del 1869, e quella riorchestrata da Shostakovic nel 1939-40. Boris è dramma superbo del conflitto interiore: spettri del passato, terrore della morte, dramma popolare e familiare.Musorgskij orchestra in bianco e nero, su toni grigi, dolenti: il dialogo fra i personaggi è scabro, i lunghi racconti sintetizzano un epos intenso, il coro trova accenti fra il liturgico, il lamentoso, l’entusiasta. Non è solo la vicenda di uno zar, è la lacerazione della solitudine del potere. Gergiev dirige attento alle sfumature. L’intervento di Shostakovic getta altra luce. L’orchestra si fa gonfia, i timbri novecenteschi e laceranti, glaciali: nelle scene di massa è il popolo il protagonista; l’atmosfera religiosa esplicita in Musorkskij è ridimensionata da una strumentazione cupa – si ascolti la morte di Boris – che quasi l’annulla. Assistiamo ad una interpretazione, forse ideologica, di Musorgkij, eppur affascinante nei suoi colori accesi. Il basso Evgeny Nikitin – ma anche tutta la compagnia – è superbo come presenza interpretativa e vocalità, ampia, sofferta, perfetta. Gergiev si fa qui più infocato, guida un’orchestra compatta, mentre il coro ceciliano, diventato russo, offre una prova di rara perfezione. IL NASO Accademia Filarmonica Romana e Istituzione Universitaria dei Concerti. Roma, Teatro Olimpico. I due atti e dieci quadri con cui la novella di Gogol è rivestita dalle sonorità stridenti, burlesche e perciò complici della storia del burocrate che si ritrova senza naso – con gli inevitabili equivoci del caso – fino a trovarlo poi inspiegabilmente, non hanno un attimo di tregua. È un correre ossessivo, sottilmente satirico sulla perdita di identità in una società massificata, verso un approdo mica tanto sereno. Perché il naso – la coscienza? – ritrovato, l’attimo dopo si può subito perdere. Shostakovic, anno 1930, è giovane e libertario, stuzzica i benpensanti con la trama grottesca ed una musica che strozza voci e orchestra: ma a noi piace, e il divertissement fa non solo giocare, ma anche – e non è poco – pensare. Il Teatro Musicale da Camera di Mosca, certo abituato al suo repertorio, l’ha offerto con misura e garbata ironia, complice la regia di Boris Pokrovskij e la direzione di Vladimir Agronskij.

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