Oltre il voto con il portafoglio

Chi decide il prezzo? All’origine della filiera che produce sfruttamento. Il senso del libro di Città Nuova "Spezzare le catene (un lavoro libero tra centri commerciali e caporalato)" che sarà presentato venerdì 6 dicembre alle ore 15.30 nella fiera "Piu Libri Più Liberi" di Roma

Forse la Coop pagherà il diritto d’autore a Leonardo Becchetti per la pubblicità dove i carrelli da supermercato si muovono per salvare il mondo. Portano, ad esempio, bevande fresche ai braccianti chini sui campi o fermano le macchine che spargono un prodotto chimico (il glifosato?) sui terreni pronti per essere arati. L’economista di Roma Tor Vergata gira il nostro Paese per far capire l’importanza del “voto con il portafoglio” per cambiare le cose. Poco alla volta, il concetto è passato.

Ma solo nella teoria esiste il consumatore in grado di avere tutte le conoscenze necessarie per decidere. Lo sanno bene gli esperti di neuromarketing chiamati dai grandi gruppi commerciali per capire come disporre le merci sul bancone. E la gente che va a comprare la frutta al negozietto etnico sempre aperto.

Con le manifestazioni di Cashmob, lanciato dalla rete Next, o di Into the label, promosso dai giovani di Economia di Comunione, si assiste a un vero e proprio scrutinio con un gruppo di consumatori responsabili che studiano l’etichetta per non comprare prodotti provenienti da filiere dannose per i lavoratori e l’ambiente. Alla fine si imbuca lo scontrino in una specie di urna elettorale. Un gesto simbolico, destinato a cambiare l’atteggiamento di chi lo compie.

Storie di orrore e di riscatto
Per poter incidere sul sistema che produce iniquità e sfruttamento, il cammino è molto più complesso e richiede un’azione politica coerente. Non si possono attendere gli effetti di lungo termine della “spinta gentile” del consumo etico. I primi passi, nel secondo dopoguerra, del commercio solidale, muovevano dalla conoscenza delle tragedie del Sud del mondo racchiuse in un pacco di caffè. Lo ha fatto capire a tutti in Italia Francesco Gesualdi con il Centro nuovo modello di sviluppo.

Ma lo sfruttamento del lavoro, fino a forme di vera e propria schiavitù, avviene dentro i nostri confini, in quartieri ghetto infernali, soprattutto nel Sud, dove comandano i capò e si avventurano le organizzazioni umanitarie. Solo il sindacato di strada si espone a un conflitto pericoloso con le organizzazioni mafiose. Anche da una bella località come Terracina, nel Lazio, arrivano notizie di “padroncini” che minacciano con le armi i malcapitati braccianti, prevalentemente stranieri.

Un fenomeno di dimensioni notevoli e inquietanti, nelle terre bonificate delle pianure pontine. Ben messo in evidenza dall’indagine di Marco Omizzolo, il sociologo che, intervistato su questa rivista ad agosto, ci ha spiegato che bisogna coinvolgersi dentro la realtà per comprenderla. Il dato che emerge con prepotenza è la necessità di andare alla radice del problema e cioè il meccanismo che decide il prezzo esposto sul bancone del mercato.

1119142646dEsistono esperienze virtuose di associazioni di consumatori e lavoratori che creano marche indipendenti come “SfruttaZero” e “NoCap”, nate per dimostrare che è possibile produrre una passata di pomodoro al prezzo giusto.

È la logica del “noi” che sconfigge le mafie e il malaffare, come spiegano molto bene, nei loro testi, Gianni Bianco e Giuseppe Gatti, un giornalista Rai e un magistrato spesso in viaggio per l’Italia tra scuole e associazioni. Gatti, giudice della direzione antimafia, ha operato nel foggiano, terra di grandi masserie, dove le organizzazioni malavitose manifestano il volto più feroce proprio nello sfruttamento del lavoro. Non si può non avvertire un senso di smarrimento davanti a certi racconti.

Storie di orrore ma anche di riscatto diffuse nel nostro Paese e che Toni Mira, grande giornalista di inchiesta, riporta quasi ogni giorno sul quotidiano Avvenire. Esiste un’Italia straordinaria che resiste, costruisce percorsi di liberazione dentro i contesti più difficili. Ed è sempre dall’impegno diretto che si incontrano le unità di strada della Caritas, i presidi di Libera e quella parte del sindacato che davvero scende in campo, contrastando i poteri che usano i “caporali” per imporre la loro legge ferrea.

È questa presenza sul territorio che permette di produrre una delle fonti più credibili sul volume d’affari delle agromafie: il rapporto dell’Osservatorio Placido Rizzotto promosso dalla Flai Cgil. Jean Renè Bilongo è un sindacalista di questa organizzazione che mette assieme i lavoratori agricoli e quelli dell’industria alimentare. Proviene dal Camerun ed è un testimone, nel suo eccellente italiano, di una storia recente che parte dall’omicidio del dissidente sudafricano, e attivista per i diritti dei braccianti nel casertano, Jerry Masslo, avvenuto nel 1989 a Villa Literno, fino alla recente legge, del 2016, di contrasto del caporalato che colpisce non solo gli intermediari (“i caporali”), ma anche l’effettivo datore di lavoro, oltre la “maschera” legale delle agenzie di lavoro interinale. Un primo passo per far emergere la catena della responsabilità dell’intera filiera, anche se si limita a promuovere l’adesione volontaria della certificazione etica dei prodotti provenienti dalle “reti del lavoro agricolo di qualità”.

I giganti della grande distribuzione

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Manifestazione dei dipendenti Auchan ceduti a Conad

Cosa impedisce di rendere obbligatorio un bollino che garantisca effettivamente, con controlli rigorosi, il rispetto di certe condizioni minime di dignità del lavoro? Le poche esperienze virtuose sono esemplari, ma si perdono nei volumi giganteschi del mercato mondiale dei prodotti agricoli (36 milioni di tonnellate solo per il pomodoro destinato alle industrie, dati Ismea). E poi ci sono i trattati di libero scambio, spesso contestati dai produttori locali che non reggono la concorrenza di Paesi con minori vincoli ambientali e normativi.

Il “buono, giusto e pulito” promosso da reti come Slow Food rischia di essere accessibile solo ai consumatori benestanti, mentre cresce il fatturato degli Hard discount, i supermercati a prezzi accessibili per le famiglie con redditi bassi. E, ad ogni modo, il consumatore medio cerca istintivamente il prezzo più conveniente, come sanno bene i grandi gruppi che promuovono campagne promozionali di “vendita sottocosto”.

Una competizione durissima che vede attori importanti, quali i francesi di Auchan, con forti timori per i dipendenti, uscire dal gioco con la cessione alla

Conad, il colosso in ascesa della grande distribuzione che, come gli altri marchi (Carrefour, Esselunga…), offre la merce con la propria etichetta e si approvvigiona con apposite società che sono “centrali di acquisto” dal fatturato milionario e che non vogliono sentir parlare di prezzo minimo da rispettare.

spezzare-le-cateneÈ possibile promuovere la logica del “noi” nell’intera filiera? Prima di tutto occorre rifiutare di vedere la realtà senza una visione complessiva, che tenga conto dei lavoratori agricoli, come di quella dei magazzini e dei trasporti e della grande distribuzione organizzata. In ogni passaggio si annida il pericolo dello sfruttamento. Da una giusta prospettiva si può forse generare un dialogo aperto con imprese della produzione e del commercio per arrivare a scelte politiche capaci di rompere le catene del lavoro servile.

Qui il link per conoscere e acquistare il libro Spezzare le catene (un lavoro libero tra centri commericiali e caporalato).

 

 

 

 

 

 

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