Oltre il pop: Margherita Vicario

Margherita Vicario è un'artista a tutto tondo, dalla recitazione è approdata alla musica e riesce ad amalgamare sapientemente questi due mondi. Vale la pena seguirla e ascoltarla

L’errore più grande che si può commettere quando si parla di pop è quello di crederlo un genere superficiale, creato a tavolino per scalare classifiche ed essere competitivi nel magico mondo del business musicale. Intendiamoci, nella maggior parte dei casi è così ma, proprio per questo motivo, quando si fanno strada progetti dall’alto tasso di credibilità come quello di cui vi parlerò oggi, è giusto che siano posti all’attenzione di tutti.

Margherita Vicario, classe 1988, nasce a Roma da una famiglia di artisti. Nipote di Rossana Podestà, attrice famosa nel dopoguerra, e di Marco Vicario, regista e attore, nonché figlia del regista televisivo Francesco Vicario, la giovane Margherita si è avvicinata dapprima alla recitazione e conseguentemente alla musica. Un suo tratto artistico distintivo è proprio quello di saper amalgamare questi due mondi sapientemente:

«Quando vado in scena, lo faccio per le persone che mi ascoltano. Ed è lì, in quel momento, che la musica e la recitazione si ritrovano. Mi piace cantare e recitare le mie canzoni», ha dichiarato a Repubblica poco tempo fa.

E così, mentre il grande pubblico imparava a conoscerla guardandola in tv (I Cesaroni, La Narcotici, Nero a Metà) o seguendola al cinema (To Rome With Love di Woody Allen, Arance e Martello di Diego Bianchi, The Pills – Sempre Meglio Che Lavorare), una nicchia di giovani cominciava ad essere fan della Vicario musicista. Un percorso lunghissimo, una gavetta forsennata costellata di numerose collaborazioni ed esperienze, iniziata nel 2009 e arrivata al 2020 con una freschezza e una sincerità da far invidia ai nostri artisti più navigati. Negli anni ha saputo sfornare singoli convincenti, d’impatto, in molti casi accompagnati da curatissimi videoclip in cui emerge tutto il suo background attoriale; ottimi ingredienti per un prodotto sulla carta vincente ma che è rimasto sempre relegato nel baule nascosto dell’indie italiano. Quel “essere indie” è diventato un’etichetta che, per molti musicisti, sembra essere più un peso che una connotazione artistica.

Nell’ultimo biennio, però, qualcosa è cambiato.

Nel giro di pochi mesi, Margherita Vicario ha cominciato a far parlare di sé anche al di fuori del circuito indipendente, forte dei nuovi singoli del 2019 che la smuovono da quel terreno cantautorale in cui sembrava confinata.

Abauè (morte di un trap boy) è il primo brano del nuovo percorso della cantante. Margherita sembra cresciuta improvvisamente. La canzone porta con sé messaggi profondi legati a una sottile critica ai contenuti sessisti della trap. Non c’è dubbio, l’immaginario della Vicario attira, affascina, ipnotizza.

E dobbiamo aspettare i singoli seguenti per averne la certezza. Romeo e, soprattutto, Mandela ottengono un ottimo successo commerciale. Il primo brano è frutto della collaborazione con il rapper italo-francese Speranza, il secondo, che richiama la spinosa  tematica dell’integrazione, supera quasi le due milioni di visualizzazioni su YouTube. Finalmente, Margherita Vicario comincia a raccogliere i frutti dei proprio sforzi e anche il 2020, nonostante il contesto non proprio favorevole, sembra essere un anno di conferma. Arriva infatti la firma con l’etichetta Island Records seguita da tre nuovi singoli di successo: Giubottino, Pincio e Piña Colada. Quest’ultimo, frutto della collaborazione con il rapper Izi, diventa un autentico tormentone estivo dal sapore latino. Un obiettivo certamente cercato e decisamente centrato.

Le parole e la musica della Vicario sono un tesoro per il pop italiano, sarebbe ora che tutti se ne accorgessero.

«Non so cosa voglio ma voglio arrivarci», canta in Piña Colada. Ci sei già, Margherita. O forse sei ancora più avanti.

 

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