Oltre la disabilità

Le trasmissioni in tv delle Paralimpiadi ci hanno fatto conoscere le imprese agonistiche di atleti straordinari.
Sport disabili Enzo Masiello
Ci sono ragazzi che, nonostante i più svariati limiti fisici, non rinunciano a inseguire i loro sogni. La canadese Lauren Woolstencroft, ad esempio, è nata con una malformazione congenita che l’ha privata di tre arti (le mancano entrambe le gambe sotto le ginocchia e il braccio sinistro sotto il gomito). Nonostante ciò ha cominciato a sciare sin da bambina e oggi è la più forte al mondo negli standing, ovvero quella categoria di gare in cui sciano, in piedi, atleti con differenti disabilità.

Grazie a delle protesi Lauren ha potuto vincere cinque medaglie d’oro in occasione delle ultime Paralimpiadi invernali, dove hanno gareggiato oltre 500 atleti diversamente abili di 44 nazioni. Ragazzi e ragazze che si sono cimentati, senza risparmio, in cinque discipline (sci alpino, sci di fondo, biathlon, hockey e curling). Sfidando, come Lauren, avversari e ostacoli di vario tipo.

Questa manifestazione negli ultimi anni ha fatto grandissimi passi avanti. Con il tempo, il clima di “solidarietà” che poco ha a che vedere con il vero senso dello sport, ha lasciato spazio ad un sempre più elevato livello tecnico delle competizioni. Come si è potuto osservare anche a Vancouver, dove i più bravi sono stati gli atleti russi, tedeschi, canadesi ed ucraini, rappresentanti di nazioni dove molto si è investito nello sport per disabili.

E se in Germania la popolarità e il supporto di carattere economico e tecnologico riservato a un campione come lo sciatore Gerd Schoenfelder (22 podi paralimpici in carriera!) sono gli stessi di cui può usufruire un olimpionico “normodotato”, anche in Italia le cose stanno migliorando. La copertura televisiva senza precedenti riservata nel nostro Paese a questa edizione delle Paralimpiadi ha permesso infatti una significativa crescita “culturale”, consentendo a chi ha seguito le gare di apprendere qualcosa in più del gesto tecnico di questi atleti.

 

Avvicinandosi e conoscendo meglio le varie disabilità e le diverse difficoltà che incontrano questi ragazzi, si riesce poi ad andare al di là del pur comprensibile stupore iniziale derivato dal fatto di vedere gareggiare un atleta cieco o ipovedente, senza una gamba o senza le braccia, para o tetraplegico, e alla fine ci si lascia pienamente coinvolgere dal clima della competizione.

Certo, le Paralimpiadi sono una vetrina privilegiata per scoprire le vicende umane particolarmente toccanti di chi ha saputo, anche attraverso lo sport, superare i propri limiti fisici, ma sono pure altro. Perché, anche per loro, lo sport è essenzialmente una sfida agonistica.

Come per il nostro Enzo Masiello, che con le due medaglie conquistate a Vancouver nello sci di fondo, è diventato il primo azzurro a salire sul podio sia nelle edizioni dei Giochi estivi che in quelle invernali. Rimasto paraplegico per le conseguenze di un incidente stradale che gli ha causato una lesione spinale, Enzo ha trovato inizialmente nello sport un’opportunità, un veicolo straordinario per l’integrazione con gli altri. «Quello che succede a una persona da poco para o tetraplegica è una cosa devastante ma allo stesso tempo è una delle sfide più estreme che si possa compiere. Una sfida quotidiana, dove giorno per giorno ci si accorge di poter ottenere delle soddisfazioni, come ad esempio praticare uno sport, che aiutano a riprendere fiducia in sé stessi».

Poi però, gradualmente, sono subentrate in lui anche la voglia di vincere, la determinazione a sacrificarsi e a versare sudore allenandosi intensamente per inseguire il sogno di mettere una medaglia al collo.

Al termine di quasi un mese di competizioni, tra Olimpiadi e Paralimpiadi, il messaggio che ci arriva da Vancouver è che in fondo nello sport vi sono solo abilità diverse e non minori abilità.

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