Olimpiadi, le medaglie degli atleti italiani e le dediche ai nonni

Tra conferme e sorprese proseguono i Giochi di Tokyo, dove l’Italia continua a ben figurare. E dove gli azzurri hanno spesso rivolto il primo pensiero, dopo la conquista di una medaglia, ai nonni e a quanti hanno tanto contato nella loro crescita. Non solo sportiva.

Le Olimpiadi sono ormai entrate nel vivo. Le competizioni si succedono una dopo l’altra, e sin qui sono già terminate 50 delle 339 gare che compongono il programma di questa edizione di Tokyo 2020. A tante medaglie che svaniscono per un decimo di secondo, per una sola stoccata, per un piattello mancato o per qualche centimetro di differenza, ne fanno da contraltare altre che arrivano quasi inaspettatamente.

Certo, c’è qualche “fenomeno” che riesce sempre in qualche modo a fare la differenza. Come lo sciabolatore ungherese Aron Szilaqyi, che nella giornata inaugurale si è aggiudicato il suo terzo oro olimpico consecutivo. Come la squadra femminile di tiro con l’arco della Corea del Sud, che con la vittoria di domenica ha allungato una striscia che ora conta ben nove vittorie a cinque cerchi a partire da Seoul 1988. O come Vincent Hancock, esperto statunitense in gara nel tiro a volo, che nella prova di skeet maschile disputata nella terza giornata di questi Giochi si è laureato ancora una volta campione olimpico dopo le vittorie di Pechino 2008 e Londra 2012.

Eppure, vincere, o addirittura riconfermarsi vincenti, anche per i più forti non è affatto semplice. Prendete il caso di un’atleta per la quale la “maledizione dell’oro olimpico” si è confermata anche in questa occasione. Al via della prova odierna di scherma femminile, infatti, c’era anche la trentaseienne russa Sofya Velikaya. Stiamo parlando di un vero e proprio “fenomeno” delle pedane, forse la più grande interprete della sciabola dell’ultimo decennio. In carriera ha vinto tutto quello che c’era da vincere, ma ai Giochi ha sempre trovato qualcuna in grado di fermare la sua rincorsa al gradino più alto del podio. Come era già successo a Londra nel 2012, e a Rio nel 2016, anche questa volta la Velikaya è arrivata all’atto conclusivo, ma anche questa volta è stata battuta proprio sul più bello portando ora a tre la sua personale collezione di medaglie d’argento. È la croce e al tempo stesso la delizia dello sport, e in particolare delle Olimpiadi. Dove i favoriti ci sono solo sulla carta, perché poi in gara si parte tutti alla pari.

In chiave azzurra, dopo i due podi della prima giornata, la seconda e la terza giornata di questi Giochi di Tokyo hanno sensibilmente arricchito il nostro bottino olimpico che, a questo punto, può già vantare ben nove medaglie (un oro, quattro argenti e quattro bronzi). Le hanno vinte i nostri rappresentanti di diversi sport: si va dal taekwondo alla scherma, dal judo al ciclismo, dal sollevamento pesi al nuoto e al tiro a volo. Lo hanno fatto ragazzi e ragazze più o meno giovani, più o meno esperti, tutti con un denominatore comune: il loro primo pensiero, una volta vinta l’agognata medaglia, è andato a chi tanto ha contato nelle loro vite. A qualche loro familiare che li ha sostenuti nei momenti più difficili, a chi ha dato loro fiducia anche quando un risultato non voleva proprio arrivare.

In molti di questi casi, il primo pensiero è andato in particolare ai loro nonni, figure spesso fondamentali nella crescita (non solo sportiva) di tanti di questi atleti che ci stanno regalando grandi soddisfazioni con le loro imprese agonistiche di questi giorni. Già, i nonni, coloro che rappresentano le nostre radici e che ci aiutano a tramandare le tradizioni. Quei nonni, quegli anziani, per i quali, sottolineando la loro “vocazione” a prendersi cura dei più piccoli, papa Francesco ha indetto una giornata mondiale che è stata celebrata proprio il 25 luglio. «I nonni e gli anziani ci hanno custoditi lungo il cammino della crescita», ha sottolineato il papa nell’Omelia preparata per l’ultima messa domenicale letta dall’arcivescovo Rino Fisichella. «Siamo grati per i loro occhi attenti, che si sono accorti di noi, per le loro ginocchia che ci hanno tenuto in braccio, per le loro mani che ci hanno accompagnato e sollevato, per i giochi che hanno fatto con noi e per le carezze con cui ci hanno consolato».

Queste parole rispecchiano appieno il messaggio che da Tokyo hanno inviato, ad esempio, guarda caso proprio domenica mentre si festeggiava questa ricorrenza, Odette Giuffrida nel judo e Mirko Zanni nel sollevamento pesi, atleti che hanno vinto entrambi una medaglia di bronzo. Odette, ventiseienne romana già argento ai Giochi a cinque cerchi del 2016, è tornata sul podio olimpico anche in Giappone nella categoria riservata alle atlete con un peso fino a 52 Kg. Era arrivata a Tokyo per vincere le medaglia d’oro ma, dopo aver perso la semifinale contro la fortissima giapponese Uta Abe, si è “dovuta accontentare” di un metallo meno pregiato. Molto devota, nelle interviste concesse a fine competizione la Giuffrida ha regalato sorrisi a tutti raccontando di quel particolare “portafortuna” che si è portato dietro dall’Italia: un rosario, ricordo di quella nonna scomparsa nel 2011 «che era un sole, sempre positiva», e a cui lei ha subito pensato al termine della gara. Poi, ha ringraziato anche il nonno, che prima di partire l’ha rassicurata: «Vai e prenditi una medaglia, ma alla fine non importa di che colore sarà, perché al limite te la dipingerò io d’oro».

Anche Mirko, il ventitreenne friulano che ha riportato sul podio olimpico l’Italia nel sollevamento pesi dopo trentasette anni di assenza, ha dedicato il bronzo conquistato nella categoria dei 67Kg al nonno scomparso. Appena avuta la certezza di aver ottenuto un posto sul podio, lo abbiamo visto guardare in alto. Lo abbiamo visto piangere, estremamente commosso.

Poi, al cronista che gli chiedeva spiegazioni, che lo invitava a dedicare a qualcuno di speciale quella medaglia così preziosa che lo ripaga di tanti allenamenti, di tante delusioni e di tanti sacrifici fatti per amore di questa disciplina, lui ha spiegato l’importanza che proprio il nonno ha avuto nella sua vita. «Purtroppo non c’è più, ma oggi era con me in gara», ha dichiarato, emozionatissimo, poco dopo aver sollevato 145 Kg nella prova di strappo e 177 Kg in quella di slancio che gli sono valse la medaglia.

Le Olimpiadi proseguono senza sosta, ma è davvero bello il messaggio che in questi giorni ci sta arrivando, seppur a 10.000 chilometri di distanza, da tanti dei nostri atleti. Che non smetteranno mai di pensare a delle persone davvero “speciali”, che non termineranno mai di ringraziare chi nelle loro vite ha rappresentato e continuerà a rappresentare un punto di riferimento importante. Quei nonni che li hanno sostenuti, che li hanno amati, incoraggiandoli ad andare sempre avanti. 

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