Officina del presente

Una scuola di Roma nel quartiere più multietnico della città apre le sue porte. Anzi, le saracinesche.
Scuola
Un sistema, un algoritmo. Un transistor, un diodo. Un condensatore, una resistenza. Laboratorio di informatica, sezione tecnologica. Reparto trazione e motori. Omar e Nelly peruviani, Yousaf pakistano. Andrea di Centocelle, Cristina di Ladispoli.

Sequenze dall’Istituto Galilei di Roma, una fucina di progetti innovativi in campo tecnico e officina del mondo globale nell’ambito della multiculturalità. Qui si progetta l’Italia del futuro o, meglio, si prende atto del presente. Qui innovativo, sperimentale non sono accezioni didattiche ma vita quotidiana, perché su questi banchi le culture siedono accanto e nei laboratori i progetti non conoscono colore di pelle e nazionalità.

 

Insieme nelle aule e insieme durante la ricreazione. Omar e Simone. Claudia e Nelly. Igor e Alessandro. Perù-Italia, Moldavia-Filippine, India-Sudan: potrebbero essere le partite di un Mondiale, sono invece le nazioni che qui giocano e scendono in campo ogni giorno in questa scuola, nel quartiere più multietnico di Roma, l’Esquilino, fotografia dei tanti luoghi delle nostre città dove cambiano i nomi, ma non la mescolanza di colori e di vite. Appena fuori dall’esteso fabbricato, l’alternanza dei negozi è di uno a quattro, uno italiano e poi cinese, cingalese, brasiliano, arabo. Tra la strada e l’istituto non c’è molta differenza.

 

Balliamo l’hip hop insieme

 

«Ahoo», grida Omar. «Ah n’vedi», gli risponde Francesco. Sentendoli parlare non diresti mai che uno è di Lima e l’altro “romano de Roma”. La voracità con cui divorano il cornetto, dopo tre ore di falegnameria, è la stessa, come uguali sono le Converse ai piedi e il cellulare all’ultimo touch. Qualche domanda in più rivela che tifano per la stessa squadra, con qualche criticità ai Mondiali. Le contorsioni acrobatiche dell’hip hop fatte da Gianluca di Casalburtone  non sono diverse da quelle dei suoi amici brasiliani.

«Ma chi si è mai accorto che siamo diversi quando balliamo. Io non ci faccio più caso al colore della pelle. Un brasiliano è uno come me». I proclami sul pericolo straniero si infrangono come i materiali fragili alle prove della galleria del vento. E figurarsi se possono far presa su Claudia: la sua migliore amica è proprio Nelly, che del Perù ha i tratti e l’accento. Si illuminano gli occhi di Claudia mentre racconta di questo rapporto speciale. Del resto in famiglia gli stranieri sono di casa con un papà che ha messo su proprio un coro internazionale.

 

Fianco a fianco, nei banchi e nella quotidianità, ma con una leggera distanza, se le parole viaggiano su altri binari linguistici. Patrick delle Filippine ha più familiarità con l’inglese che con l’italiano e questo allontana inevitabilmente la sedia dal compagno di Centocelle. «I professori sono impreparati alla convivenza. Qualcuno la favorisce, altri invece vanno avanti con il loro programma e basta. Simone sta contando i giorni che lo separano dal suo sogno: Londra. Lì chi si preoccupa più della provenienza? Qui siamo dei provinciali», conclude.

 

Qui veniva Marconi

 

Cambio dell’ora. Da una classe di liceo si passa ad una di tecnico industriale. I banchi con le scritte trasversali sono pagine di diario chetrovano sempre nuove ispirazioni in chi vi verga emozioni o improvvisi scatti d’impazienza. Difficile risalire agli autori. Però qui i muri non hanno nulla di anonimo: questa scuola ha una storia importante. Istituita nel 1918 nella sede dei mercati generali, è stata realizzata nel tempo dai suoi stessi alunni. Sì, una scuola cantiere dove, accanto ai pezzi di aerei commissionati da aziende esterne, gli infissi, la muratura, l’impianto elettrico, erano realizzati dagli studenti stessi. Sperimentare era la parola d’ordine e non si poteva fare altrimenti con un Guglielmo Marconi a capo del primo consiglio d’amministrazione. Sperimentare la scuola-lavoro ieri, sperimentare la scuola tecnologica oggi, sperimentare la scuola, casa di tutti per il domani.

Eh già, la casa! All’I.T. Galilei ha sede Apollo 11, l’associazione a cui è legata l’esperienza dell’Orchestra di Piazza Vittorio. I colori dei suoi musicisti hanno scritto uno spartito di felice convivenza multietnica fatta di note e di professionalità. I due cameroni che ne ospitano le prove sono anch’essi un cantiere, stavolta edile con pitture, pannelli insonorizzanti: l’orchestra entro fine anno avrà una vera e propria sala prove adatta anche alle incisioni. Gli operai sono tutti dell’Est con qualche puntatina in Costa d’Avorio.

 

Razzismo

 

Altra officina è quella del dialogo interreligioso. Pino Palocci e Carlo Vinci insegnano religione. Scorrendo il registro, i nomi tradiscono le appartenenze etniche. E non solo. Ci sono studenti musulmani. «Non è vero che le religioni dividono. Sono le azioni concrete ad unirci. Su quei tavoli da disegno, mentre ci si passa squadra e matita, si sciolgono pregiudizi, ci si conosce», spiega Pino.

Lo stesso ha fatto il progetto Magdalena: l’adozione di una scuola in Bolivia da parte di tutti gli studenti del Galilei. Da quattro anni una raccolta fondi ha rimesso in piedi quest’istituto cadente e ai campi di lavoro hanno partecipato gli italiani. A fine novembre l’attività verrà presentata al Cnr: relatore Yousaf Mohsin, pakistano, musulmano, attivissimo nelle ricerche sull’integrazione.

Voglio capire se davvero la scuola è questo spazio di convivenza, dove una parola perfida, strisciante, istituzionalmente aborrita, qui non trovi ossigeno per espandersi: razzismo. «So’ troppi gli stranieri», mi dice Fabrizio. «Sul bus la mattina, mi sento straniero io», incalza Alessandro. «All’uscita della metro, quando ti squadrano in gruppo… insomma non mi piacciono», si espone con ritrosia Omero. E poi «c’è quella puzza di cipolla sui vestiti che non la sopporto», dice Davide. E allora fuori gli stranieri e tutti a casa loro? La discussione si scalda, nodi inattesi vengono al pettine. «La nostra giustizia non ci protegge sufficientemente. Quando io mi comporto male all’estero, lì pago sul serio, qui invece…», riprende Fabrizio, che ha avuto una fidanzata ecuadoriana.

Il miglior amico di Alessandro è Igor, un ragazzo moldavo: impensabile troncare i rapporti per il burocratico permesso di soggiorno. «I  gruppi xenofobi sono sparuti e nessuno gli dà credito», salta su Luca. «Meglio avere un amico in più, anche straniero, che uno in meno», è la pragmatica conclusione di Carlo. Lui già lavora in un piccolo laboratorio di riparazioni informatiche. Per lui esistono clienti leali e furbetti, non stranieri e italiani. Sono unanimi nella bocciatura di classi separate per motivi didattici. «È segregazione, mentre noi siamo compagni».

Nell’enorme atrio, spazio di scherzi e schiamazzi, parla di chi non ce la fa. Tanti sono i bocciati, troppi per lui, e gran parte sono i suoi compagni stranieri. «Come si fa a stare svegli di giorno se fino alle tre hai aiutato nella rosticceria indiana di tuo padre? O se appena fuori scuola vai a rinchiuderti nel negozio cinese?». Questa è l’altra faccia della medaglia. Chi è arrivato in Italia per lavoro deve lavorare. Lo studio è accessorio e conciliare a 14 o 16 anni banchi e attività non è da poco.

 

La Ferrari

 

Torniamo in officina con Mattia. «La nostra scuola è una Ferrari che va in prima – è il suo efficace slogan sulla didattica –. Abbiamo laboratori all’avanguardia, partecipiamo a progetti importanti eppure tutto è lento». «Si è troppo legati a nozioni e programmi superati. Bisogna insegnare alla velocità di Internet», dice Omar. Si sentono penalizzati dai tagli ai laboratori, pedana di lancio alla loro professione. «È vero che tutto potrebbe essere più veloce – ribatte Guido Montefusco, docente di disegno tecnico e progettazione – ma non può esserlo lo studio: mezz’ora al giorno, media di gran parte degli studenti, è troppo poca». I contrasti si spostano su metodologia e impegno, mentre la sirena di fine giornata fischia inesorabile. All’uscita una scena mi colpisce: Sahir, bengalese, abbraccia una signora in sari di seta. Lei orgogliosamente presenta il figlio a compagni di classe con qualche anno sulle spalle. Dalle 14 la scuola apre al territorio con corsi di italiano e di serigrafia. Madre e figlio si passano il testimone. L’officina resta aperta.

 

Esquilino Colle del mondo

 

L’Esquilino è uno dei sette colli di Roma. Destinato nel IX secolo a.C. alle sepolture, sotto Augusto divenne luogo di residenza preferito dai nobili patrizi. A periodi aurei seguono secoli di decadenza, fino a quando l’intero quartiere viene ridisegnato secondo l’urbanistica piemontese che prevedeva grandi palazzi e ampi portici, ora sedi di negozi. Piazza Vittorio, celebre per l’orchestra che ne ha preso il nome, è il cuore commerciale e civile del quartiere. Il 15 per cento dei residenti è straniero e tra questi il 42 per cento proviene da Paesi in via di sviluppo. Le presenze più numerose sono quelle cinesi e bengalesi che hanno avviato attività commerciali autonome: call-center, alimentari, abbigliamento. La comunità cinese soffre perché stigmatizzata, chiusa e separata. I bengalesi al contrario sono stimati come ottimi lavoratori, ma negli anni sono stati vittime di numerose aggressioni xenofobe. Il quartiere è luogo-simbolo della convivenza multietnica ed è osservatorio privilegiato per le relazioni tra stranieri e residenti.

 

LA PAROLA AI LETTORI

 

La scuola prepara ad una società multiculturale e multietnica?

Scrivete a: segr.rivista@cittanuova.it con oggetto “Integrazione” o all’indirizzo postale.

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