Occasione di festa

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La prima giornata di gare della ventesima Olimpiade invernale sta per terminare. Al Palasport Olimpico sono presenti 10 mila spettatori per l’esordio della nostra nazionale di hockey femminile. L’avversario è il Canada, bronzo a Salt Lake City 2002 e campione del mondo nel 2004. Sulla carta non c’è partita. In Canada le tesserate sono quasi 63 mila. In Italia circa 150. Le canadesi si allenano due volte al giorno. Le italiane, se tutto va bene, un paio di volte la settimana. Da un lato ci sono ragazze che fanno dell’hockey la loro attuale professione. Dall’altro maestre e impiegate, operaie e studentesse, che praticano questo sport per pura passione. I gol nella nostra porta arrivano a grappoli. Nonostante ciò il pubblico incita le azzurre nella speranza di vederle realizzare almeno una rete. Ma non c’è niente da fare… Poi, quando manca solo un minuto alla fine, ecco il momento da brividi che non t’aspetti. Prima una voce. Poi dieci, cento, mille, finché tutto lo stadio si mette a cantare a squarciagola l’inno di Mameli. Le ragazze cominciano a piangere per l’emozione. La partita termina 16-0 per le canadesi, ma le nostre atlete, passando tra una selva di mani protese per battere il cinque, pensano che perdere così, in mezzo ad un pubblico festante, è proprio bello. E capiscono davvero cosa significhi partecipare ad una Olimpiade. Momenti emozionanti, quasi commoventi, che si sono ripetuti tante altre volte durante le due settimane di gare. Già, questa è l’Olimpiade. Accade ogni quattro anni, ma sa scaldare il cuore di chi vi partecipa, di chi ha la fortuna di assistervi da vicino, o di chi, più semplicemente, la guarda da casa. Perché l’unicità di un’Olimpiade sta nella sua universalità grazie alla quale puoi vedere gareggiare insieme celebrati campioni dello sport e, magari, uno sciatore del Nepal oppure un fondista dell’Etiopia. La magia di un’Olimpiade sta in quell’atmosfera di dialogo e di unità tra persone di differenti convinzioni, culture, religioni, che coinvolge atleti, pubblico, addetti ai lavori. Atmosfera che chi era a Torino ha potuto sperimentare inequivocabilmente sulla propria pelle. Possiamo dirlo, sono stati grandi giochi olimpici. Caratterizzati da tante luci. Offuscati, solo in parte, dall’ombra del doping. Nonostante ciò, queste Olimpiadi saranno ricordate soprattut- to per gli aspetti positivi. Per la città che li ha ospitati, innanzitutto, ma anche per le tante storie di sport che ci ha lasciato in eredità. Torino ha potuto finalmente rinascere dopo il calvario patito per cinque anni di lavori, mostrando la faccia migliore di sé. La stampa estera presente ha riconosciuto senza riserve questi meriti. Come pure le centinaia di migliaia di turisti, a gremire le strade con una babele di lingue e colori. E la festa è stata grande quando ogni sera 20 mila spettatori hanno assistito alle premiazioni e ai concerti in una piazza Castello che per quindici giorni ha mostrato a tutti la gioia e la passione italiana. Una passione ben evidente sin dal primo giorno, grazie ad una spettacolare ed emozionante cerimonia di apertura. Chi era presente non se la scorderà facilmente. E neppure i quasi due miliardi di telespettatori che hanno assistito a questo evento in tutto il resto del mondo. Poi sulla ribalta sono saliti loro, gli atleti. Con vittorie più o meno attese, con piccoli e grandi drammi sportivi, con il loro spirito… olimpico. Dal punto di vista agonistico anche Torino 2006 ha confermato la tradizione di incertezza che spesso accompagna la disputa delle gare olimpiche, dispensando conferme e sorprese. Così, si è potuto assistere alle performance di veri fuoriclasse degli sport invernali. Come quelle del russo Evgeni Plushenko e dei suoi connazionali che, ad eccezione della prova femminile, hanno dominato le prove di pattinaggio artistico. Come quelle di Janica Kostelic, Anja Paerson e Michaela Dorfmeister, reginette dello sci alpino femminile. O come quelle degli atleti statunitensi, che hanno sbaragliato il campo nello snowboard, o dei pattinatori coreani, veri maestri nello short-track. Ma, allo stesso tempo, si è potuto assistere anche alle vittorie di veri e propri outsiders. Dal francese Antoine Deneriaz, un ginocchio rotto nel gennaio 2005, che è riu- scito a battere tutti i favoriti nella discesa libera dopo un anno di operazioni e terapie, allo sciatore statunitense Ted Ligety, quattro anni fa apripista a Salt lake City, che nella prova di combinata ha colto il suo primo successo di una ancor breve carriera. È stata l’Olimpiade del fallimento di Bode Miller, l’uomo che i media americani avevano pronosticato possibile protagonista in tutte le gare dello sci alpino e che invece torna in patria senza alcuna medaglia.Ma è stata anche l’Olimpiade del curling. Punte di quasi 6 milioni di telespettatori per una disciplina fatta spesso oggetto di facili battute ma che ha riscosso un seguito davvero inaspettato. Sarà perché, apparentemente, la si vede alla portata di tutti. Sarà perché la si può praticare a tutte le età. Una cosa è certa: se sono state diverse centinaia le persone che ogni giorno lo hanno provato in piazza a Torino durante i giochi, saranno ancora di più quelli che ora cercheranno un impianto vicino casa dove provare a cimentarsi sul ghiaccio con pietre e bastoni. E non possiamo certo dimenticare le immagini ricche di pathos relative alle cadute di Giorgio Rocca, dei danzatori Barbara Fusar Poli e Maurizio Margaglio, della nostra portabandiera Carolina Kostner, e della coppia cinese Hao Zhang-Dan Zhang con lei che sbatte violentemente un ginocchio sul ghiaccio ed è costretta a fermarsi. Poi, dopo due lunghissimi minuti di smarrimento, la decisione di continuare coronata dalla conquista dell’argento. Una prova di grande coraggio, determinata dalla voglia di onorare fino in fondo la presenza alle Olimpiadi. Nel medagliere, che alla fine ha visto prevalere le nazioni che da sempre dominano le discipline di ghiaccio e neve, va segnalato il parziale fallimento della Norvegia. Pur facendo la solita incetta di medaglie, a testimonianza di una passione e una cultura sportiva di alto livello (si pensi che i norvegesi vincitori di medaglie non hanno incassato alcun tipo di riconoscimento economico), ci si attendeva qualcosa di più. Di rilievo, invece, la buona posizione finale di un paese di neanche un milione e mezzo di abitanti, l’Estonia, grazie ai successi ottenuti nello sci di fondo da Kristina Smigun ed Andrus Veerpalu. In chiave italiana, poi, le soddisfazioni che ci hanno saputo regalare tanti nostri atleti hanno avuto un sapore particolare. Ragazzi che fanno dell’attività sportiva un impegno serio, ma dove lo sport è soprattutto passione e non certo una occasione per fare facili guadagni. Slittinisti come il pluridecorato Armin Zoeggler. Bobiste come la sei volte olimpionica Gerda Wessensteiner. Ragazze dello short track come la quindicenne Arianna Fontana, che insieme alle sue compagne ci ha regalato la centesima medaglia italiana in una Olimpiade invernale. Atleti veri, come i ragazzi e le ragazze dello sci di fondo, che ancora una volta sono riusciti a ritagliarsi una vetrina importante grazie a campioni del calibro di Giorgio Di Centa e Pietro Piller Cottrer, capaci di salire sul podio nelle gare individuali e, al tempo stesso, di trascinare i compagni della staffetta verso la conquista di una delle più belle medaglie dell’intera spedizione azzurra. O ancora atleti come Enrico Fabris, il ventiquattrenne ragazzone di Asiago che con la sua faccia pulita, ed un talento venuto fuori anche grazie a tante ore di duro allenamento, si è conquistato a suon di medaglie il titolo di atleta simbolo di Torino 2006. E tutti a chiedersi: è possibile vincere una medaglia in una disciplina come il pattinaggio di velocità dove in Italia, fino ad oggi, non c’era neanche un impianto al chiuso per praticarla? È possibile competere alla pari con nazioni come ad esempio l’Olanda, che vanta un esercito di circa 20 mila pattinatori agonisti quando da noi non arriviamo neanche a duecento? Sembra impossibile, eppure è successo. E succederà ancora. È il miracolo delle Olimpiadi, dove ogni volta riscopriamo un mondo diverso. Un mondo fatto di ragazzi e ragazze capaci grazie all’impegno, alla passione, alla competenza dei tecnici che li allenano, di arrivare a conquistare traguardi impensabili. È il bello dello sport, dove può succedere che la nostra nazionale di curling maschile batta quella canadese, capace di vincere gli ultimi tre titoli mondiali. 500 praticanti da noi contro… 3 milioni loro! Già, quante storie speciali regala una Olimpiade. Tanti atleti hanno vinto la medaglia d’oro, assicurandosi con essa un pezzetto di gloria sportiva. Ed alcuni di loro si sono dimostrati prima di tutto campioni fuori dal campo di gara. Come Joey Cheek, primo nei 500 metri di pattinaggio, che ha deciso di donare i 25 mila dollari del premio riconosciutogli dal comitato olimpico statunitense a Right to Play, un’associazione umanitaria che aiuta attraverso lo sport i bambini rifugiati in diversi campi profughi sparsi nel mondo. Tanti altri hanno sciato o pattinato accarezzando il sogno di poter vincere una medaglia. Non ce l’hanno fatta, ma sono stati contenti lo stesso. Come Chris Witthy, Lindsay Kildow o Carole Montillet. Chris è stata eletta dai suoi compagni di squadra portabandiera degli Stati Uniti. Un onore che le è stato attribuito sia per le medaglie vinte nelle sue precedenti cinque olimpiadi, sia per il coraggio mostrato fuori dalla pista di pattinaggio per come ha saputo superare una triste vicenda di abusi sessuali subiti da piccola. Anche Lindsay e Carole, a modo loro, si sono distinte per il loro coraggio. Protagoniste di due paurose cadute durante le prove, nessuno pensava che sarebbero potute presentarsi al cancelletto di partenza della discesa libera. L’americana, giovane promessa dello sci mondiale, era uscita su una curva del tracciato procurandosi un forte trauma cranico con principio di commozione cerebrale. Trasportata d’urgenza al Cto di Torino, è stata ricoverata e tenuta sotto osservazione per una notte. Lindsay però non si è arresa e la mattina seguente ha convocato i medici dell’ospedale lasciando tutti a bocca aperta: Sono pronta, lascio l’ospedale. Domani ho la gara e non posso mancare. Per la francese, campionessa olimpica in carica, quella di Torino è stata invece l’ultima Olimpiade. La sua caduta in prova le è costata una costola rotta ed il viso tumefatto nell’impatto con la neve ghiacciata. Ma Carole non voleva lasciare così. E anche lei si è… superata, presentandosi al via con un occhio semichiuso, la faccia piena di lividi e, appunto, con la costola rotta. Storie così non sono di tutti i giorni. Storie così succedono alle Olimpiadi.

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