I would prefer not to. Preferirei di no. La celebre frase dello scrivano Bartleby del racconto di Melville, presenta, con una scelta verbale sommessa ma chiara, la decisione ferma, il rifiuto netto, dell’impiegatuccio a fare quello che gli viene richiesto, e che lui non è disposto a fare. Una frase dello stesso tono, anche se detta in un contesto storico e non letterario, e in un ambiente ben più drammatico di quello di Bartleby, la disse Josef Mayr-Nusser, in una tarda mattinata del 4 ottobre 1944: «Io non posso giurare».
Il giuramento che gli veniva richiesto come recluta forzata chiamata a rimpolpare le fila delle SS naziste era a Adolf Hitler: «obbedire sino alla morte, giurando fedeltà e coraggio al Führer». Josef, con voce tranquilla e ferma, di fronte al maresciallo e ai commilitoni riuniti nel cortile per le prove del giuramento che avrebbe avuto luogo il giorno dopo, disse: «Io non posso giurare a Hitler». Josef Mayr-Nusser era nato nel 1910 a Bolzano, allora parte dell’Impero austro-ungarico. La sua era una famiglia cattolica, semplice ma di fede profonda. Dopo la Prima guerra mondiale, il Sudtirolo passò all’Italia, e Josef crebbe in un contesto segnato da tensioni culturali, politiche e linguistiche. Frequentò scuole commerciali e lavorò come impiegato. Non fu un intellettuale, ma era un laico ben formato, attento allo studio della Bibbia, della dottrina sociale della Chiesa e della teologia cristiana. Josef era membro dell’Azione Cattolica e della Conferenza altoatesina della Società di San Vincenzo de’ Paoli.
Come diversi giovani cristiani della sua epoca era profondamente influenzato dal pensiero di Romano Guardini, e dalla centralità della coscienza come luogo dell’incontro con Dio. Era convinto che la fede non fosse solo privata, ma dovesse orientare anche le scelte morali e civili, soprattutto in tempi difficili. Nel 1942 sposò Hildegard Straub, che condivideva le sue idee e il suo impegno. Dopo l’annessione dell’Alto Adige al Terzo Reich nel 1943, molti sudtirolesi furono arruolati forzatamente nella Wehrmacht o nelle SS. Nel 1944, Josef Mayr-Nusser fu chiamato alle armi e trasferito a Konitz (oggi Chojnice, in Polonia) per l’addestramento. Qui avvenne l’episodio decisivo della sua vita. «Io non posso giurare a Hitler». Parole che non rappresentavano un gesto impulsivo, ma erano emblema di tutta una vita.
Lui sapeva che le conseguenze sarebbero state tragiche, era consapevole che il suo rifiuto di giurare significava condanna a morte. Ma la sua motivazione, che espresse al maresciallo, era chiara: non poteva giurare fedeltà a un uomo e a un’ideologia incompatibili con il Vangelo e con la dignità umana. Non rifiutava il servizio militare in sé, ma l’obbedienza assoluta a un potere che si poneva al posto di Dio, distorcendone l’immagine. Josef fu arrestato immediatamente, incarcerato e sottoposto a processo militare per disfattismo e tradimento. Scrisse allora alla moglie Hidegard, chiedendo il suo conforto e sostegno. Ma anche giustificandosi «per averti gettata nel dolore terreno con la mia professione di fede». Aggiungendo però che il «dovere di testimoniare era inevitabile, perché due erano i mondi che si scontravano l’uno contro l’altro».
L’esecuzione di Josef non avvenne subito. Fu trasferito in vari luoghi di detenzione, subendo isolamento, malnutrizione, condizioni sanitarie durissime. Cercavano di fargli ritrattare la scelta. Ma lui non cedette mai. Nel febbraio 1945, con l’avanzare dell’Armata Rossa, Josef, ormai gravemente debilitato, fu caricato su un treno diretto al campo di concentramento di Dachau. Non arrivò mai a destinazione. Morì pochi mesi prima della fine della guerra. Aveva 34 anni. All’epoca dell’arresto sua moglie era incinta. Lui non riuscì mai a vedere il figlio Albert, nato mentre era detenuto. La Chiesa cattolica considera Josef Mayr-Nusser martire in odium fidei, martire dell’odio per la fede, perché la sua uccisione fu conseguenza diretta della sua fede vissuta coerentemente. Lui, alla sopravvivenza, aveva scelto la fedeltà alla coscienza.
Il 18 marzo 2017 è stato beatificato dalla Chiesa cattolica. Le sue scarne parole: «Io non posso giurare a Hitler», oltre a far memoria della tragica assurdità del nazismo, rimangono un esempio per tutti i laici che anche oggi, sebbene in contesti meno drammatici, vogliono vivere in trasparenza la loro fede.