I numeri dell’immigrazione e la demografia

Ogni tanto, in quest’epoca di presunte “invasioni” da parte di cittadini del Sud del mondo, è necessario guardare i dati e accorgersi che, in prospettiva, in Europa, e in particolare da noi, abbiamo bisogno di nuovi cittadini.
Immigrati

Le migrazioni mediterranee verso l’Europa sono diminuite, ma sono sempre consistenti: secondo dati dell’agenzia Onu per le migrazioni, nel 2018 (al 12 settembre) sono arrivati in Europa 74.501 migranti.

Sono molto diminuiti quelli arrivati in Italia, che restano comunque a quota 20.343, ma sono molti di più quelli arrivati in Spagna (32.272) e soprattutto in Grecia, dove sono entrati 32.596 migranti (20.961 per mare e 11.635 via terra). Se a questi numeri si aggiungono i morti nel Sahara, il raddoppio dei morti in mare e l’orrore dei campi di detenzione libici, bisogna ammettere che il fenomeno migratorio alla fin fine si è solo in parte spostato di qualche chilometro.

A Vienna, il 14 settembre scorso, il ministro lussemburghese Jean Asselborn ha offerto su un piatto d’argento al collega italiano Matteo Salvini l’occasione per lanciare al galoppo il suo cavallo di battaglia: immigrati e rifugiati. Asselborn gli ha risposto per le rime, magari con una rima di troppo. Nel botta e risposta, Salvini ad un certo punto ha detto: «In Italia abbiamo l’esigenza di fare figli, non di avere nuovi schiavi per soppiantare i figli che non facciamo più».

Schiavi? Al posto dei figli mancanti? E gli altri, viene da chiedersi, quelli feriti dalla violenza razzista, braccati per l’illegalità, che lavorano per nulla o muoiono in mare o sono vittime del caporalato? Saranno pur figli di qualcuno anche loro! E poi sono molti e determinati, perché pur soffrendo, hanno ben poco da perdere. Basta uscire dalla paura della diversità e considerare il problema da prospettive diverse per scoprirlo invece come una possibile opportunità.

Per esempio, provare a immaginare che l’Italia e molti altri Paesi europei non siano il centro, ma la periferia della migrazione. In questa periferia c’è tuttavia un grave problema molto serio: la prospettiva demografica. Se consideriamo infatti il numero di figli per donna, in Italia siamo a 1,32.

Pochino, dato che la demografia insegna, a grandi linee, che sotto la media di 2,1 figli per donna, il saldo della popolazione va in negativo, tanto più che nel nostro Paese il tasso annuo di mortalità supera abbondantemente 10 morti ogni mille abitanti, mentre il parallelo tasso di natalità arriva sì e no all’8 per mille.

L’italiano tipico, come ce lo siamo immaginato fino a pochi anni fa, è una “specie a rischio” e di età sempre più elevata. Non ha molto senso chiudere i superstiti in uno “zoo” grande come tutto il Paese e accompagnarli all’estinzione: l’esperienza italica, invece, è da sempre quella di allargare gli orizzonti e accogliere forze e culture nuove, integrandole armonicamente nel nostro patrimonio culturale e genetico. Abbiamo fatto così per tre millenni con tutti gli invasori e i migranti, dai cartaginesi ai longobardi e dagli arabi ai normanni, producendo la pura razza euro-mediterranea italiana.

Per l’Europa, Italia compresa, il centro della migrazione a cui guardare sta quindi fuori, nei Paesi che “esportano” migranti a motivo di guerre e persecuzioni, fame, disastri naturali e ambientali, e anche per la ricerca di migliori condizioni di vita, senza sottovalutare i numeri della loro demografia.

Per comprendere meglio la questione basta scorrere i dati di natalità (n0/00 = nati per mille abitanti) e di fertilità (f/d = figli per donna) di alcuni dei Paesi più coinvolti nelle migrazioni mediterranee. Per esempio, tra i migranti che hanno raggiunto l’Europa nello scorso mese di giugno 2018 vi sono cittadini di Paesi africani come Eritrea (n0/00 29,6; f/d 4); Tunisia (n0/00 18,2; f/d 2,23); Sudan (n0/00 27,9; f/d 3,57); Nigeria (n0/00 36,9; f/d 5); Costa d’Avorio (n0/00 27,7; f/d 3,38); Senegal (n0/00 33,4; f/d 4,28); e Paesi mediorientali come Iraq (n0/00 30,4; f/d 4) e Siria (n0/00 21,2; f/d 2,5). Una bella differenza con i dati dell’Italia (n0/00 8; f/d 1,32), che senza i 5 milioni di migranti già integrati (che producono ormai l’8% del Pil) starebbe avviandosi all’insostenibilità, se non altro a livello di welfare, con sempre più pensionati rispetto a chi lavora.

E le prospettive demografiche per i prossimi decenni sono anche peggiori del dato attuale, perché le nascite, si sa, sono molto legate agli standard di vita: più benessere equivale a meno figli (che da sempre sono la ricchezza dei poveri). E, per quanto a qualcuno paia incredibile, l’Italia è statisticamente ancora fra i primi 30 Paesi ricchi del mondo, anche con l’enorme deficit di bilancio che si tira dietro.

La sfida delle migrazioni non è più grave di quella che hanno saputo affrontare gli italiani al tempo della Seconda guerra mondiale. Pur tra grosse diversità, pesanti divisioni politiche e tensioni internazionali, hanno saputo affrontare e vincere insieme la loro grande e difficile sfida, offrendoci le opportunità di cui godiamo da oltre 70 anni.

 

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