Chiara Lubich: una notte luminosa

Le accuse, l’esame da parte del Sant’Offizio, l’allontanamento dal Movimento, il primo focolarino sposato, gli “aspetti” dell’amore. In occasione del Centenario della nascita della fondatrice del Movimento dei Focolari, continuiamo la pubblicazione degli articoli sulla sua vita, apparsi sulla rivista Città Nuova nel 2019. Settima puntata.

«E venne la notte. Terribile come sa solo chi la prova. […] mi tolse la vita fisica e spirituale. Mi mancò la salute (nel modo più terribile e crudo) e mi mancò la pace e cioè Dio». Così Chiara Lubich scriveva il 18 marzo 1952, esprimendo il crudo della prova che avvolgeva la sua vita personale.

In seguito ad accuse mosse nella primavera del 1948, il vescovo di Trento, Carlo de Ferrari, aveva avviato un’inchiesta diocesana conclusasi in modo positivo per il nascente Movimento. Tuttavia da alcuni era stato informato il Sant’Offizio a Roma. Iniziava così un lungo periodo di studio (fino al 1964) da parte della Suprema Congregazione. Chiara viene più volte interrogata.

Tenuta ad osservare il segreto, in solitudine e piena obbedienza, ella accoglie l’indicazione di un suo possibile allontanamento dal Movimento. «È vero: la croce fu pesante e lo è ed in questi giorni compresi Gesù “caduto” sotto il peso della croce. Però, Altezza, sono felice», scrive a mons. de Ferrari il 5 gennaio 1951 e continua: «Da Gesù ho ricevuto la grazia per essere pronta ad ogni decisione che la Chiesa darà. […] Sono felice, Altezza, di poter donare a Dio tutto ciò che Lui nel campo soprannaturale ha fatto attraverso di me. E La assicuro che qualsiasi cosa succeda Lei mi saprà sempre fedele al mio Gesù Abbandonato ed obbedientissima alla Chiesa»[1].

Chiara sulle dolomiti nel 1951
Chiara sulle dolomiti nel 1951

Nei primi mesi del 1951 viene imposto ad alcuni religiosi di non essere in relazione con i Focolari, e anche a Igino Giordani, deputato che si era avvicinato al nascente Movimento, viene consigliato di dissociarsi. L’attenzione del Sant’Offizio si concentra, però, sulla persona e sul ruolo di Chiara, giovane donna a guida di una realtà multiforme.

L’8 febbraio 1952 giunge la decisione da mesi annunciata: «Il Movimento non sia nelle mani della Lubich», scrive in via riservata padre Enrico Corrà a mons. de Ferrari, comunicando un’indicazione del Sant’Offizio[2]. Il giorno successivo Chiara, stilando la lettera in cui si dimette da dirigente, «restando semplice focolarina», confida a padre Corrà: «Sono tanto contenta, Padre, di offrire questo mio piccolo contributo per la realizzazione del testamento di Gesù: “Che tutti siano uno”», e si congeda: «In Gesù crocifisso»[3]. Al suo posto sarà designata una delle prime compagne, Giosi Guella. «Una morte d’amore», definisce Chiara il passo chiestole, che vive alla luce del mistero dello stabat di Maria ai piedi della croce. Nella logica del chicco di grano che, morendo, porta frutto, questo tempo di grazia risulta fecondo: il fuoco si propaga e oltrepassa i confini italiani. Si delineano nuove vocazioni.

Nel novembre 1953, testimone della consacrazione di un gruppo di focolarine e focolarini, Giordani si esprime con accenti così ricchi di lode e incanto verso la vocazione alla verginità, da suscitare in Chiara un’intuizione che avrebbe gettato il seme per l’ingresso degli sposati nel focolare. «Forse per quest’umiltà – che l’umiltà attira sempre l’attenzione di Dio – ricordo che noi abbiam detto: “Ma senti, Foco, in fondo che cos’è che ti manca? […] Se Gesù Abbandonato è tutto per te, tu sei vuoto di te e pieno di Dio; se tu sei pieno di Dio, sei la carità viva: se sei la carità viva, Dio vive in te: ma chi è più vergine di te?”». Chiara gli fa così una proposta: «Perché questa consacrazione a Gesù abbandonato, a essere l’Amore non la porgi sull’altare anche tu, non ti voti anche tu al nostro ideale in questa maniera?”». Così Foco si consacra come primo focolarino sposato.

È un momento di gioia e di luce, benedetto da padre Giovanni Battista Tomasi, l’esperto stimmatino che dal 1949 mons. de Ferrari aveva voluto accanto a Chiara nell’impegnativo percorso verso il conseguimento di un’approvazione da parte della Chiesa di Roma. Padre Tomasi aveva sostenuto e incoraggiato Chiara, aiutandola a “leggere” la sua incerta e dolorosa situazione alla luce della notte vissuta da Giovanni della Croce. La salute del sapiente religioso peggiora, però, di lì a poco. Con animo grato è la giovane a comunicargli l’avvicinarsi del suo incontro con Dio, che avviene il 2 gennaio 1954.

Mons. De Ferrari con Pasquale Foresi in Mariapoli
Mons. De Ferrari con Pasquale Foresi in Mariapoli

Dopo pochi mesi, il 4 aprile 1954, a Trento, da mons. de Ferrari, viene ordinato sacerdote Pasquale Foresi. Giordani sottolinea il timbro mariano del primo sacerdozio di un focolarino. Intanto lo studio della Chiesa continua. Padre Corrà, che giunge a maturare la personale convinzione dell’autenticità ecclesiale dell’Opera nascente, viene sostituito da un nuovo Visitatore: padre Alfonso Orlini. Per motivi analoghi al precedente, anche Orlini terminerà il suo mandato tre anni dopo. Come dirà la Lubich più tardi, era questo «il tempo in cui Gesù crocifisso e abbandonato doveva prendere dimora nell’anima nostra, in maniera tale che ormai tutti sappiamo come senza di Lui non sarebbe esistito, non esiste, non esisterà il Movimento dei Focolari: non esiste unità»[4].

Nello stesso anno 1954 Chiara ha l’intuizione del dispiegarsi dell’Amore in 7 aspetti, al pari del raggio di luce che, quando attraversa una goccia d’acqua, si scompone nei 7 colori dell’arcobaleno. L’amore, vita di Gesù in noi, porta alla comunione (rosso). L’amore non è chiuso in sé stesso, ma è di per sé diffusivo (arancio). L’amore eleva l’anima (giallo). L’amore risana (verde). L’amore raccoglie più persone in assemblea (azzurro). L’amore è fonte di sapienza (indaco). L’amore compone i molti in uno, è unità (violetto).

—————-

9 febbraio 1951

Altezza,

La sua cartolina m’ha fatto piangere. Il Vangelo, che è la mia Luce, mi dice: “Qualunque cosa chiederete al Padre in nome mio Egli ve la darà”. Ma io non sentivo la fede di chiedere che mi fosse mutata… l’afflizione, anche perché è tale il quotidiano susseguirsi di conversioni (se ne contano parecchie al giorno e sono tutti “pesci grossi”) che penso siano anche frutto di questa croce come dell’amore di tutti quelli dell’Unità e di tutta la Comunione dei Santi.

Però quella mattina avevo chiesto al Padre in nome di Gesù questa grazia per Lei… E Lei mi scrive di aspettarla per me. Altezza, ho visto tale l’amore della Chiesa e l’ho sentito tanto grande che non potei non piangere. Altezza, o meglio, Padre, sapesse quale unione con Dio m’ha portato questa croce! Sono come faccia a faccia con Lui anche se non Lo vedo cogli occhi e la vita è paradiso, paradiso!

E attorno tutto un fuoco! […] Se la croce porta questi frutti… Ma io desidero che mi sia tolta perché lo desidera Lei.

Filialmente Chiara[5]

—————-

[1] Lettera di Chiara Lubich a mons. Carlo de Ferrari, 5 gennaio 1951.

[2] Lettera di padre Enrico Corrà a mons. Carlo de Ferrari, 8 febbraio 1952.

[3] Lettera di Chiara Lubich a padre Enrico Corrà, 9 febbraio 1952.

[4]C. Lubich, Il grido, Città Nuova, Roma 2000, p. 65.

[5]Lettera di Chiara Lubich a mons. Carlo de Ferrari, 9 febbraio 1951. Il titolo di “Altezza” – abolito da Pio XII nel 1953 – era legato al Principato vescovile di Trento esistito per otto secoli.

Leggi anche

I più letti della settimana

Altri articoli

Simple Share Buttons