Non solo rohingya: anche karen e kachin

C’è il dramma dei curdi, ma non si può dimenticare quello nel sudest asiatico, che riguarda circa 600 etnie diverse, molte delle quali minacciate in vari modi
AP Photo/David Longstreath

 

La situazione dei rohingya, è sicuramente una tra le più drammatiche del pianeta, ne abbiamo parlato più volte, anche recentemente. Mai abbastanza si riuscirà a raccontare il dramma di questo popolo. Ma la questione non è l’unica che meriterebbe l’attenzione della comunità e della stampa internazionali.

Siamo di fronte, nel caso dei rohingya, anche a un’azione mediatica ben guidata e si pensa e non sempre onesta. Le fake news abbondano, qualche lobby ha interesse a mostrare una minoranza musulmana minacciata anche più di quello che è in realtà (e già ce ne sarebbe abbastanza!). A scopi politici, evidentemente, per distogliere l’attenzione da altre questioni scottanti del mondo musulmano. Come d’altronde fanno tante lobby occidentali per dare una visione monocroma dei drammi siriani, yemeniti, delle proteste in Egitto e Algeria e di altro ancora. La realtà è complessa, difficile “riprodurla” correttamente nei media.

Così il dramma dei rohingya non è il solo nella regione Asean, e forse nemmeno il più drammatico, per quanto azzardata possa sembrare quest’affermazione. Il governo del Myanmar, quello di Naypyidaw, quello di cui fa parte la premio Nobel per la pace Daw Aung San Suu Kyi, ha questioni non risolte anche con altre agguerrite etnie presenti sul territorio, tra cui i kachin, nel nord del Paese, al confine con la Cina, in una zona ricca di giada, di cui, purtroppo, i ricchi cinesi sono alla disperata ricerca per la fabbricazioni di statue, amuleti, bracciali e collane.

I kachin sono un popolo di circa 1,5 milioni di persone, di cui 100 mila circa sono rifugiati e rinchiusi in 140 campi profughi, dove il governo impone uno stretto controllo sulle libertà basilari della gente. La tensione in tutto lo Stato kachin, causata dal controllo delle forze militari su tutta la popolazione, è sempre molto tesa. L’opinione pubblica internazionale sembra aver dimenticato questo piccolo conflitto e non presta attenzione ad un dramma non meno grave di quello dei rohingya, anche se numericamente forse più limitato.

Otto anni fa, i colloqui tra Kia (Kachin Indipendent Army) e Tatmadaw (militari del Myanmar) sono falliti e i combattimenti sono ripresi, con grave disagio per la popolazione, che per due terzi si professa cristiana. I media di ispirazione cristiana sicuramente potrebbero fare di più in merito alla questione kachin.

Una terza etnia in questione è quella karen, più di 7 milioni di persone che risiedono principalmente nello stato Kayin (6 milioni), a est del Myanmar e per la precisione al confine con la Thailandia, dove si stima che lavorino almeno 1 milione di karen. Lo Stato Kayin era ricco di legno pregiato e soprattutto è la via obbligata di passaggio degli scambi commerciali tra Thailandia e Myanmar (che nel 2018 hanno toccato il tetto di 5,8 miliardi di euro, il 4,9% in più dal 2017) tra i due Paesi verso e da Yangon, la capitale commerciale del Myanmar.

I villaggi che si trovavano una volta sui terreni dove oggi è stata costruita la vita di comunicazione stradale tra Yanong e Mae Sot, sono stati “ripuliti” e la gente cacciata non con metodi legali o democratici. I militari hanno “liberato” le campagne dai cosiddetti “terroristi”, sparando sulla gente e in seguito, per evitare di essere accusati di genocidio, si sono limitati a sparare alle pentole da cucina di chi riusciva a fuggire: nelle foreste, molti di loro, hanno sofferto stenti e spesso trovato la morte anche per l’impossibilità di cucinarsi un pasto.

I più fortunati dei karen sono riusciti ad arrivare a Mae Sot, in territorio thailandese, trovando lavori di fortuna oppure entrando nei campi profughi. Una piccola parte dei karen è riuscita anche ad essere trasferita dalle agenzie delle Nazioni Unite e vive ora in Australia, Usa o nel nord Europa: gli altri sono tutt’ora sparsi sul territorio thai. Un conflitto quello tra il Tatmadaw ed i gruppi armati karen, che va avanti da quasi 70 anni, caratterizzato, anche in questo caso, da una vera pulizia etnica, un genocidio in tutta regola, preparato e perpetuato nel corso di 70 anni di guerra.

Le Nazioni Unite, soprattutto dopo la rivoluzione dell’8 agosto del 1988, hanno effettuato ampie inchieste e documentazioni sui crimini di guerra contro questa etnia. Documenti scioccanti, per quanto è stata inflitto a questa gente di cui troppo poco si sa. Anche per i karen, come per i kachin (ed altre etnie), sembra che il dramma non trovi molto spazio nella stampa internazionale. Ad oggi, molti di loro sono scappati verso la Thailandia, risiedono in nove campi al confine tra il Myanmar e la Thailandia, che raccolgono, secondo le ultime stime, tra i 100 mila e i 150 mila profughi: il numero esatto è impossibile da stabilire.

Al momento i karen rappresentano la vera forza lavoro a basso costo al confine tra la Thailandia ed il Myanmar, e precisamente nella cittadine di Mae Sot, a statuto speciale. Le aziende che vi aprono stabilimenti possono usufruire di una speciale esenzione dalle tasse e possono pagare i propri lavoratori con due tipi diversi di salario, a seconda se si tratti di lavoratori con cittadinanza thailandese oppure dal Myanmar (che spesso non hanno nemmeno documenti).

Visitando e documentando di persona la loro situazione, è impossibile non rimanere toccati dalle condizioni di vita dei karen che lavorano, per esempio, nelle piantagioni di granturco delle grandi multinazionali thailandesi: sono costretti a vivere in capanne di foglie, e a migrare di piantagione in piantagione ogni tre mesi circa, senza nessuna possibilità di rivendicare nemmeno il diritto ad un salario, lasciato alla mercede dei caporali locali.

È un dovere giornalistico dar conto dei soprusi che colpiscono le minoranze, ovunque. Che sia il Rojava dei curdi o il Kayin dei karen.

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