Non solo Caravaggio

Una mostra eccezionale racconta gli artisti nei primi trent’anni del secolo. 140 opere e molte sorprese.
Sibilla Cumana

Va bene che Caravaggio è un genio, però mai fissarsi soltanto sui grandi. Che dicono un’epoca o la aprono con la personalità folgorante, certo. Ma non sono mai soli. Nella Roma del Cinquecento come – sorpresa per il grande pubblico – nei primi anni del Seicento. Quando accanto a Caravaggio c’è il clan dei bolognesi: Carracci, Albani, Domenichino, Guercino. Ma non solo loro. C’è il Cigoli, il Pomarancio, il Baglione, il Cavalier d’Arpino, il Borgianni e Gentileschi… Basta farsi un giro per le chiese romane (l’Immacolata in via Veneto, ad esempio) ed è un gran bel vedere le loro tele ancora in situ – come si dice – : colorate, giocose o meste, però belle, ben costruite, sincere. A dire che questi artisti citati non sono nomi, ma gente da conoscere.

 

Se poi uno si fa una passeggiata a Palazzo Farnese a scoprire la gioiosità mitologica – in epoca controriformistica – della galleria dipinta dal Carracci, allora respira: va bene le penitenze e le preghiere, ma la vita è anche entusiasmo, festa, deve aver pensato il committente, il forse non molto “devoto” cardinale Farnese!

 

Ecco com’era Roma verso il 1600-1610, gli anni cioè in cui il terribile Michelangelo sorprendeva tutti con la genialità drammatica. Ma doveva anche essersi guardato bene intorno, perché aveva fior di concorrenti. Roma era un miracolo di fecondità artistica. Venivano da tutto il mondo – che allora era l’Europa – a vedere, a imparare: dalle rovine antiche, da Raffaello e da Michelangelo Buonarroti, la cui cupola vaticana svettava da pochi anni sulla città, come un prodigio. Papi e cardinali erano in gran fermento con gli artisti: li solleticavano, li opprimevano con richieste, li proteggevano. Una stagione indimenticabile.

 

Ecco perché Pier Luigi Pizzi, nell’allestimento a Palazzo Venezia, ha avuto l’idea geniale di costruire delle navate con altari laterali ove collocare i quadri della rassegna, per suggerirne la committenza, la destinazione, e poterne, noi visitatori, godere meglio la bellezza.

La sfilata sembra interminabile. C’è la Maddalena consolata dagli angeli, del Guercino, bella e malinconica come i versi del Tasso; la Madonna e santi del Lanfranco, che ripensa a Raffaello senza imitarlo; l’Adorazione dei pastori, tutta ombre e alberi, di Pietro da Cortona, gran decoratore di palazzi. Confrontare il David e Golia del Cavalier d’Arpino (1598) con quelli di Caravaggio è una operazione interessante: identico dramma, ma il Merisi lo grida, il Cavaliere lo dice solo con uno sguardo abbassato. Stupende due scene familiari, dipinte proprio nel 1610, l’anno della morte di Caravaggio: una con l’angelo violinista, di Orazio Borgianni e l’altra con la Madonna e sant’Anna di Carlo Saraceni, una sinfonia di rossi e bianchi in versione casalinga, che ricorda il Merisi ma è più dolce, intima. C’è la gioia della pace domestica.

 

Infine, i “caravaggisti” italiani e stranieri, più liberi, più originali. Sfilano tele e nomi. Simon Vouet ricicla la Buona ventura del Merisi con tono umoristico, Artemisia Gentileschi si compiace di decapitazioni sacre, Bernardo Strozzi piange ma non troppo nella sua Pietà, e Bartolomeo Manfredi ritrae una Madonna col bambino grassoccio in versione “trasteverina”; mentre un ragazzo brinda gioioso nella tela di Nicolas Tournier, uno dei tanti francesi, fiamminghi e tedeschi scesi nella capitale.

 

È un mondo gioviale, pieno di vitalità questo che la mostra sfoggia nelle sue sale, fantasioso sempre in ogni tipo di soggetto. Quanto a Caravaggio, è presente con la Madonna dei pellegrini e un sant’Agostino, di recente attribuzione. Sarà suo? Chissà. Per il momento, ci gustiamo l’incredibile galleria di un mondo che scopriamo per la prima volta nella sua stupenda varietà.

 

“Roma al tempo di Caravaggio. 1600-1630”. Roma, Palazzo Venezia. Fino al 5/2 (catalogo Skira).

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