Non prendeteli troppo sul serio

Fare punto e a capo sul calcio, a Capodanno, può sembrare strano, ma aiuta. Il campionato è solo al giro di boa, la crisi economica del football lievita senza soste, la federcalcio ha trovato in Carraro un nuovo (nuovo?) presidente, il tormentone dei passaporti falsi è finito, gli anabolizzanti sbirciano ancora dall’armadietto, l’alpino del calcio, Peppino Prisco, ci sorride dal cielo, e, soprattutto, il Mondiale è in agguato e ci toccherà vederlo in tivù. Le feste aiutano a stemperare le polemiche, a scherzarci sopra, a non prenderlo troppo sul serio. In Inghilterra hanno il Bolton, in Brasile il Sao Caetano, in Francia il Lille. Noi abbiamo il Chievo. I “mussi” di Giulietta e Romeo sono l’autentica buona novella dell’arte pedatoria: bel gioco, divertimento in campo e fuori, gol a grappoli, un allenatore concreto, Del Neri, cantore del modulo passaggio- passaggio-tiro. Il tutto con pochi soldi, ben spesi, in barba ai club miliardari. Alcuni allenatori (Zoff, Perotti, Terim, Hogdson, Ulivieri…) anche quest’anno non sono arrivati a mangiare il panettone. A Verona un’intera squadra e un irresistibile rione festeggiano col pandoro. L’ha offerto ai suoi tifosi il sosia di Harry Potter, Luca Campedelli, il presidente più giovane e più felice d’Italia. d’Italia. Tifa Inter, un virus ereditato da suo padre Luigi, che si faceva Verona-Milano- Verona in Lambretta per vedere i nerazzurri, ma l’ha umiliata a San Siro. Sogna l’iscrizione del suo team al campionato d’oltremanica (“Il più corretto, il più sportivo, dentro e fuori dallo stadio”) e spera che la “lievitazione” della sua squadra continui, e sentenzia: “L’importante è non sbagliare la cottura”. Amministratore accorto in un mondo di dilapidatori, si distingue per il suo impagabile silenzio: “Mio padre diceva sempre: è meglio stare zitti e dare l’impressione di essere scemi, piuttosto che aprire bocca e togliere ogni dubbio”. Il capitolo passaporti sembra chiuso: Recoba “per non aver compreso il fatto” (come scrisse Prisco nel suo appello alla sentenza), gli altri per amnistia. Dei saldi di inizio stagione hanno fruito anche le vittime del nandrolone. La lotta al doping sembra essere arrivata alla stretta finale: l’inchiesta sugli integratori (sostanze consentite) inquinati (da sostanze non consentite) può alleggerire il fardello del sospetto. In attesa che gli atleti dimostrino di poter far senza l’integrazione farmacologica e di voler ridare dignità al sudore. Gli organismi internazionali del football non li aiutano: in cerca di ulteriore denaro, club e tivù dei grandi paesi d’Europa stanno spingendo l’Uefa a varare calendari europei sempre più fitti. La pausa invernale imposta dal clima in molti paesi sarà superata dalla creazione di terreni artificiali, in erba sintetica, che l’Uefa si appresta a finanziare. Al più presto, dunque, avremo una stagione calcistica senza soste, con nuovi infortuni ed integratori a dominare la scena. Fino a quando non si romperà il giocattolo… “Mondiali in tivù: abbiamo vinto”, titolava un quotidiano sportivo. Il fatto di aver già ottenuto qualcosa ci riempie di soddisfazione. La Rai, in attesa di compiere i propri doveri, Sintesi ha acquistato i diritti. Per “soli” 299 miliardi (prezzo di svendita) potremo assistere nelle mattinate di giugno anche ad Arabia Saudita- Brasile e ad altre sfide Davide-Golia. “Vinca il migliore “, augurarono a Rocco che, col suo Padova sfidava il Milan campione: l’effetto Chievo ci fa esclamare, come patron Nereo: “Speriamo di no”. Molti i primati che i Mondiali stanno per battere: i più cari (quindici volte più dei precedenti), i primi con una scorta armata per ogni calciatore, i primi con la presenza della Cina, i primi giocati in due paesi, i primi per numero di allenatori attirati dall’avventura straniera: l’olandese Hiddings in Sudcorea, i francesi Troussier e Michel in Giappone e Tunisia, tutti emuli del vagabondo Milutinovic, al quinto mondiale con cinque nazionali diverse. La compagnia che quest’anno ci mancherà è quella di Peppino Prisco. Dopo settant’anni è vuota la sua poltroncina a San Siro. Lo avevamo intervistato qualche anno fa sul boom stranieri: “Ero ragazzo. C’era il derby. Un signore accanto a mio padre era sconcertato perchè in campo c’era un giocatore che “non era nemmeno di Milano” “. In cinquantun’anni di dirigenza all’Inter non ha mai avuto cariche operative: era il garante della fede, di presidente in presidente; mai al centro, ma sempre necessario. In questo calcio nevrotico, di cui conosceva annessi e connessi, brillava la sua colta, arguta, straripante personalità: una passionalità sanguigna intrisa di acutissima ironia. Bersaglio numero uno, cugini rossoneri: “Il giorno prima di morire vado a fare la tessera del Milan. Così se ne va uno di loro”. Poi, i bianconeri: “Inter- Juve finisce spesso con delle lamentele: il guaio è che sono sempre le nostre”. O entrambi: “Quando stringo la mano ad un milanista la lavo, quando la stringo ad uno juventino conto le dita”. A Moratti aveva chiesto: “Ti decidi a farci vincere lo scudetto? Non sono eterno”. Prisco era un uomo che diffidava dei decoubertiniani che popolano gli stadi: adorava vincere, ma sapeva perdere. Mai una battuta volgare, mai gli avversari come nemici, uno humor sempre vivo e acuto. Quello che le curve così raramente riescono a dispiegare. Un panettone lo meritano lord Paolo Di Canio ed il ghanese Sumaila Abdallah che il loro mondiale lo hanno già vinto, portando a casa il premio Fair Play della Fifa. Il primo, che gioca nel campionato inglese, un anno fa fermò con le mani il pallone davanti alla porta vuota, anziché segnare, perché il portiere avversario era a terra, colpito duro. Il secondo salvò la vita in campo ad un avversario, che aveva perso conoscenza, con la respirazione bocca a bocca. Questi sono episodi da moviola.

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