Non li potevo lasciar perdere

Niente lavoro, niente istruzione, niente casa… Storia di Patrizia e Giovanni (e di Renzo).
Patrizia e Giovanni
Renzo ha conosciuto Patrizia e Giovanni alla sede Acli dove lavora; un giorno sono entrati per chiedere «un aiuto», passando di ufficio in ufficio. «C’era chi li mandava oltre, chi lasciava loro qualche soldo – racconta Renzo –, ma nessuno si fermava con loro. Qualcuno già conosceva quella coppia: persone, dicevano, che “chiedono sempre di più, fino a farti esaurire”. Per ultimo arrivarono al mio ufficio.

«Chi già li conosceva mi raccontava che sono sempre sopravvissuti chiedendo aiuti un po’ a tutti: parrocchie, associazioni, persone di buona volontà. Quando me li sono visti davanti, ho visto che si trattava di un caso… abbastanza disperato. Non bastava dare loro dieci euro e mandarli via, soddisfatti loro e con la coscienza leggera io».

 

Da quel primo incontro passa circa un mese. Patrizia in passato era aiutata molto dal fratello, che però ultimamente si trova anche lui in cattive acque. È dicembre; manca una settimana a Natale. Nevica, grandina. Patrizia telefona a Renzo piangendo: «Siamo senza casa, che Natale ci si presenta!».

«Io sentivo chiaramente – continua Renzo – che era Gesù che mi veniva a cercare a casa, perché lui non ce l’aveva. E intanto mi ripetevano di lasciarli stare, quei due, perché sarei rimasto soffocato dal loro chiedere sempre di più. Ma non me la sentivo di abbandonarli al loro destino. L’amore concreto, mi dicevo, l’amore cristiano, non fa così. Ho iniziato un giro di telefonate per cercare una soluzione. Mia moglie ed io abbiamo parlato tutta la sera, pregato. Un paio di giorni più tardi ho dato loro un appuntamento: mi aspettavano in strada, davanti all’ingresso di quello che sembrava un garage. Tutti i loro vestiti erano in quattro buste di plastica. Ho provato una stretta al cuore. Avevano bisogno di una sistemazione civile».

 

Patrizia e Giovanni non hanno una salute di ferro. Giovanni ha i piedi rovinati da un brutto incidente stradale. Aiutato da qualcuno esperto, si è tentato di fare domanda a suo interesse per un sussidio, ma la Regione non glielo ha concesso: il suo punteggio in graduatoria è stato troppo basso. Nessuno dei due ha reddito, pertanto paradossalmente non possono fare domanda per un alloggio alle Case popolari. Lei è sulla cinquantina, lui è intorno ai trenta: stanno insieme da sei anni circa. Non hanno soldi, non hanno un lavoro, non hanno un’istruzione; non hanno una casa. E come dice Renzo, non hanno una famiglia alle spalle e probabilmente non ce l’hanno mai avuta. Giovanni ha il numero di telefono di suo padre, che però al telefono nega di conoscerlo. Patrizia ha due figli in Italia, che non ha mai visto: le sono stati tolti alla nascita e affidati ad altre famiglie.

 

A forza di cercare, però, e anche di spronare loro a darsi da fare, una casa si trova. Certo, manca ancora il denaro per l’affitto, ma intanto una sistemazione possibile c’è. Inoltre, a gennaio si celebra il loro matrimonio. Una famiglia amica regala loro le fedi, il pranzo, le bomboniere e il vestito per la sposa. Il giorno del matrimonio, una signora, invitata, porta una busta. Dentro c’è esattamente quanto serve per pagare la registrazione del contratto di affitto.

«Anche il vestito da sposo per Giovanni – ricorda Renzo – è sembrato proprio piovuto dall’alto. Gli avevo fatto provare un paio di vestiti miei, ma non gli andavano bene. Allora io e altri ci siamo rivolti ad un gruppo di assistenti sociali e giacca, camicia e scarpe da cerimonia sono venuti fuori come per incanto. Perfetti, gli stavano a pennello!». E così è stato possibile anche celebrare la cerimonia in Comune e fare un pranzo di nozze degno di tale nome.

Passata la cerimonia, intanto alcuni amici sono venuti a conoscenza della situazione e si sono resi disponibili. Altre famiglie si prestano a offrire quanto serve. Il primo mese di affitto è pagato.

«Qualche settimana più tardi era il trentacinquesimo compleanno di Giovanni. A sera, allora, ci siamo trovati da loro per fargli gli auguri, c’era anche una coppia di amici. Patrizia confidava che quella era la prima volta Giovanni festeggiava il suo compleanno».

 

Poi arriva – inesorabile – la scadenza del secondo mese d’affitto. Loro non sono ancora riusciti a trovare un modo di lavorare, e bisogna trovare un modo per pagare. E proprio pochi giorni prima del termine, una associazione cattolica cerca Renzo: hanno da dargli i soldi per l’affitto. Il mese è pagato.

«Il fatto è – continua Renzo – che la nostra società è perfettamente inserita ormai nell’individualismo. Anche se si trova qualcuno magari disposto a dare dei soldi, veramente difficile è trovare qualcuno disposto a dare il proprio tempo».

 

Ma la caparbietà e gli sforzi portano frutti concreti. Il Comune della città in cui vivono Patrizia e Giovanni ha accettato di dare una sovvenzione per pagare almeno parte dell’affitto. Patrizia nel frattempo, grazie all’interessamento di qualcuno, ha da pochissimo concluso un corso per abilitazione professionale, e sta iniziando un processo di inserimento nel lavoro. Anche Giovanni ha trovato qualcuno che si è detto disponibile a chiamarlo per lavoro.

 

Renzo racconta: «Per me quello che sta avvenendo è tutto un miracolo. Certo non è facile. I miei figli mi dicono: “Quasi quasi ti prendi cura più di Patrizia e di Giovanni che di noi”, e in effetti hanno ragione. Ma io rispondo che è così perché loro sono ormai cresciuti e indipendenti; Patrizia e Giovanni, invece, hanno ancora bisogno di molte attenzioni. Umanamente verrebbe da scoraggiarsi, eppure alla fine del mese arrivano i soldi, arrivano cose da mangiare, gli aiuti… Effettivamente hanno bisogno di essere sostenuti, a volte proprio condotti per mano. Ma per me sono un dono di Dio. Mi dicono pazzo. Mi avvertono di lasciarli perdere, quei due. Io però non sono d’accordo: mi sento un punto di riferimento per loro, per la loro stabilità economica, di coppia, e anche mentale». Come dire: la caparbietà è la faccia nascosta del cuore.

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