Non lasciateci soli!

La crisi culturale richiede una nuova passione educativa.
Giovani
Un ricordo ancora nitido nella sua drammatica profezia. Erano gli anni della violenta contestazione studentesca del ’68. Apro il diario di quei mesi con un appello al mondo adulto: «Mettete da parte i vostri calcolati interessamenti, i vostri mercati. Non appropriatevi della nostra giovinezza per farne smercio dei vostri poteri. Avvicinatevi a noi, ma proponete voi come modelli di vita. Fateci da madri e da padri autentici. Non lasciateci soli!».

 

A quel tempo, non mi interessava solo la lotta politica, ma capire quale fosse la radice di tanto malessere giovanile. In fondo, quella “generazione contro”, sognatrice e ribelle, si sentiva tradita dai suoi stessi padri. Da qui scontri ideologici, non effetto solo di un’utopia rivoluzionaria, ma segno di un disagio più vasto, espressione anche di un disperato bisogno di dialogo: forte grido, provocante, invocazione d’amore: “Non lasciateci soli!”.

Una realtà annunciata che, dopo più di quarant’anni, si ripresenta in contesti molto cambiati, ma sempre come grave crisi dell’educazione. Nell’attuale emergenza educativa qualcuno parla di un “nuovo tradimento” dei padri, che non sembrano più in grado di comprendere le mutazioni culturali e sociali in atto.

 

Crisi di fiducia, di speranza, di volontà di vita e di futuro, inevitabilmente legata alla crisi stessa dell’educazione. Una realtà che si cerca in ogni modo di rimuovere, sbarazzandosi di domande scomode sulla responsabilità educativa, etichettandole come moralistiche. Una vera emergenza, quella dell’educazione, per la quale serve ritrovare il coraggio di assumersi la responsabilità di un progetto, per introdurre le giovani generazioni alla vita nella sua profonda essenza: ricerca del vero, del buono, del bello. Temi per i quali entrano in gioco le strutture portanti dell’esistenza umana: la relazionalità, il pensare, il bisogno d’amare e di essere amati.

È da tali questioni che l’educazione può muovere la sua rivoluzione nel segno di una cultura del rispetto e del dialogo, per contribuire all’edificazione di una città basata sull’uomo-relazione e sull’amore come ragione fondante la nostra identità umana.

 

Non basta, perciò, istruire. Occorre costruire una cultura della relazione che – come afferma il pedagogista Piero Viotto – non è solo questione di buona comunicazione, né di mero scambio di conoscenze. Essa richiede la condivisione di una medesima saggezza, impegna la vita nella sua totalità, poiché la vita, e quindi l’educazione, è una «grande questione di amore». In un autentico rapporto educativo, non si insegna a sapere, né a vivere, abbandonando l’educando a sé stesso, ma si insegna a trovare, per condividere la gioia di avere scoperto insieme la medesima verità.

 

Di cultura della relazione si discuterà nel convegno pedagogico europeo il 9 e 10 ottobre prossimi a Cadine (TN) dal titolo “Educazione, un atto d’amore”.

Per informazioni e prenotazioni:

ww.eduforunity.org

edu.trento2010@yahoo.it

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