Non è tempo da struzzi

In cerca di vita nuova.
arte
Oggi la politica dello struzzo non paga. A livello culturale, e prima spirituale, le cose non vanno più come a lungo sono andate. Stiamo assistendo o, meglio, stiamo patendo uno sgretolamento dei valori sin qui in gran parte condivisi. È come se le costellazioni del cielo guardando alle quali, di notte, si sa dove si è e si discerne verso dove si va, poco alla volta si fossero oscurate. Dove ancoro la mia esistenza? Come mi oriento? A quali legami posso affidarmi? Queste, sempre più, sono oggi le nostre domande.

Un’esperienza come questa dice che la crisi che viviamo non è semplicemente congiunturale ma strutturale. E che forse occorre guardarla in faccia come appello a lasciare ciò che già si conosce, senza perdere ciò che è e resta essenziale, per poter incontrare ciò che, anche attraverso questa crisi, faticosamente si annuncia come nuovo.

Da parte della comunità cristiana, non basta la denuncia. Certo, essa è necessaria e salutare per guardare e per far guardare in faccia ciò che accade. Ma soprattutto è necessario imparare – con umiltà e insieme – ad avere gli occhi giusti per scoprire i semi di vita nuova che, come il granello di senape del Vangelo, qua e là, piccoli all’apparenza e insignificanti, ma autentici e freschi, germogliano nel vasto campo del Regno di Dio. Il tempo dell’incertezza può diventare il tempo che prepara il nuovo.

Il tempo della fede. Non come l’aggrapparsi e il brandire la certezza dell’identico e dell’immutabile, ma come l’affidamento grato e arrischiato, capace di cercare e accogliere il pane quotidiano di cui preghiamo nel Padre nostro: il pane donato nella giusta misura giorno dopo giorno come attesa e promessa del pane della vita.

Il tempo della speranza. Non come la quietistica attesa del miracolo che è fuga dal mondo o lotta fanatica per fare ultimo ciò che è penultimo: ma come quella povertà condivisa che fa sprigionare dal grembo della comune umanità la profezia realistica dei cieli nuovi e della terra nuova.

Il tempo della carità. Non come periferica sporgenza della propria identità o come condiscendenza tattica all’altro, ma come dedizione gratuita, libera e matura dell’agápe che riconosce sé al di là di sé nell’altro.

È la lezione più che mai attuale di Chiara Lubich. Gesù, proprio nel grido che lancia dal buio del suo abbandono, ci dice che Dio è Amore e come lo è: come il Dio che reca incisa nel suo nome la ferita della relazione, e si comporta di conseguenza.

Così dicendoci che anche noi, se è vero che siamo creati «a sua immagine e somiglianza», siamo chiamati a vivere sempre e solo nell’amore. E cioè a partire dalla ferita che piaga la nostra identità e ci chiama alla fraternità.

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