Non da soli: il nostro “di più”

Alla presentazione del nostro libro “Una via nuova” in una nazione europea, una personalità religiosa ha fatto un apprezzamento di quest’opera che avrebbe potuto turbare la nostra umiltà se l’avessimo pensato riferito a noi e non tanto al carisma che ci è stato dato: in ultima analisi allo Spirito Santo. Ha detto che questo libro, in cui si analizza la nostra “spiritualità dell’unità”, poteva essere paragonato ad altri, classici, apparsi lungo la storia della chiesa che hanno aiutato i cristiani a progredire nella via dello Spirito. Un’affermazione forte, che mi ha sorpreso, per cui ho cercato di capire cosa avrà potuto impressionare quella persona.E, scorse le prime pagine, mi è stato subito evidente che la nostra spiritualità può essere così stimata per quel “di più” che richiede. Un “di più” capace di suscitare una via a Dio veramente nuova, non solo personale, individuale, ma collettiva e comunitaria. Sì, perché noi dobbiamo andare a Dio non da soli ma con i fratelli. È questo un nostro “di più”. Dobbiamo tendere alla santità assieme ai fratelli. In pratica, dobbiamo aiutare i nostri fratelli a raggiungere la santità così come facciamo per noi. Un impegno notevole, che tanto facilmente dimentichiamo, ma che è per noi la conditio sine qua non per perseguire la nostra stessa santità. Anzi: è solo amando il fratello fino a questo punto che possiamo sperare la presenza di Gesù fra noi, come lui stesso ha promesso “a due o più uniti nel suo nome”, cioè nel suo amore. E quale il modo migliore di vivere questo esigente amore verso i fratelli? Vi sono vari modi, ma uno è da considerare con attenzione, confermato anche dalla mia lunga esperienza. Lo stile comunitario, che del resto è proposto dal papa a tutta la chiesa in questo terzo millennio con la lettera apostolica Novo Millennio Ineunte, domanda di amare costantemente i nostri fratelli, e cioè di farsi sempre uno con loro, cioè di “vivere l’altro”. Ed è quello che cerchiamo di vivere. Ma, anche se impegnassimo in ciò tutte le forze, non sempre riusciremmo, perché siamo ancora in questo mondo e quindi inclini ai difetti e alle mancanze. E prima o poi qualcuno di noi sbaglia. Che fare? Se siamo noi a venir meno all’amore fraterno, rimettiamolo subito in moto.E se fossero i nostri fratelli a comportarsi così, che cosa dobbiamo fare? Credetelo: è sapienza ascoltare san Paolo quando ci sottolinea il sopportare, perché il sopportare non è una sottospecie dell’amore; il sopportare è insito nella carità, è un suo aspetto, è costitutivo della carità. La carità, infatti, secondo l’apostolo Paolo, non solo “tutto copre, tutto spera, tutto crede”, ma anche tutto “sopporta”. Il sopportare è amore, è carità. Senza di esso non c’è amore, carità. Verrà il momento anche di avvertire il fratello dei suoi sbagli; il vangelo esige pure questo. E facciamo questo solo per amore, non certo, ad esempio, per sfogarci magari di torti subiti, ma con tutto quell’amore che possiamo avere, nella coscienza che – in pratica – se il fratello migliora ne avrò vantaggio pure io, perché qui sta la novità di questo iter spirituale: devo lavorare alla perfezione del mio fratello se voglio raggiungere la mia. Siamo legati, non c’è scampo. È un metodo cristiano. L’esperienza ci dice che porta frutto.

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