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Cultura > Serie Tv

Non ci resta che il crimine

di Edoardo Zaccagnini

- Fonte: Città Nuova

Su Sky.La banda di amici ritorna in Non ci resta che il crimine-La serie. Moreno, Giuseppe e Claudio ancora insieme in un’avventura che li condurrà negli anni ’70.L’aspetto storico è ruspante, tanto visibile quanto grezzo, ma c’è, e qualche riflessione, volendo, su ciò che siamo stati e su come la storia cambia in fretta

Si sorride, su Sky, dal 1 dicembre scorso, con la serie Non ci resta che il crimine, composta da 6 episodi totali due a settimana, come da tradizione per l’emittente. Come lascia intuire il titolo, questo spin-off per la Tv nasce dalla trilogia cinematografica dello stesso Bruno: dal 2019 inventore di un fortunato incontro (soprattutto col primo dei tre film) tra Non ci resta che piangere e Ritorno al futuro.

Qui, però, il regista, attore e drammaturgo romano – che interpreta una sorta di Emmet Doc Brown all’amatriciana – è affiancato da Alessio Maria Federici: regista, sinora, di diverse commedie cinematografiche, nonché co-regista dell’interessante Generazione 56k, la serie con i The Jackal sull’arrivo di internet verso la fine degli anni novanta.

Con Non ci resta che il crimine, al di là dei rocamboleschi viaggi nel tempo, camminiamo nella terra di una comedy popolare piuttosto romanesca per la presenza, come già nell’ultima parte della trilogia per il grande schermo, del dominante e spesso irresistibile Marco Giallini, affiancato da quel Gianmarco Tognazzi che nella commedia sa calarsi con efficace facilità e dalla simpatia del napoletano Giampaolo Morelli.

Tutti e tre questi attori, di robusta e brillante esperienza, si mostrano in buona forma aiutati da una scrittura frizzante con battute qua e là saporite, anche se a volte fin troppo colorite, dalla parolaccia non disdegnata, piuttosto consentita.

La meta del viaggio, dopo il primo film che portava al 1982 dell’Italia campione del mondo e della Banda della Magliana, è ora il 1970 degli estremismi politici (giovanili e non solo), della democrazia in pericolo in un momento delicato della storia nazionale: leggasi Golpe Borghese.

Lo schema è sempre quello dei Mario (Troisi) e dei Saverio (Benigni) che indietro di 500 anni non riuscivano a combinare granchè e cercavano di buttare giù qualche invenzione per svoltare, fino al disperato tentativo del treno, del termometro e delle carte col grande Leonardo. Qui i protagonisti fanno più o meno lo stesso, anzi peggio: cercano di guadagnare soldi facili cavalcando il loro essere uomini del futuro ma qualunque: italiani medi(o bassi) e poco idealisti, magari anche inariditi, rispetto a Mario e Saverio, da decenni materialisti ed edonisti, col loro essere conoscitori e appassionati, fantozzianamente, più del calcio che della politica.

Insomma mostri cinematografici all’italiana di consolidata tradizione. Solo che, sulla scia di Ritorno al futuro, hanno anche il problema di modificare il presente con il loro comportamento e così, nel momento in cui tornano all’inizio degli anni settanta per scoprire chi è la vera madre di Giuseppe (Tognazzi) – che nel frattempo ha capito di essere stato adottato – toccano qualcosa (no spoiler) per cui al ritorno in Italia vige una dittatura militare/fascista.

L’aspetto storico è ruspante, tanto visibile quanto grezzo, ma c’è, e qualche riflessione, volendo, su ciò che siamo stati e su come la storia cambia in fretta, e su come nulla può essere definitivo, scontato, del tutto conquistato, si può anche tirare fuori da Non ci resta che il crimine – La serie.

Qualche spunto più verticale, più serio, almeno per quanto visto finora, può essere con buona volontà ricavato. Certamente al netto del fatto che la pasta dei protagonisti, le gag in cui si esibiscono e le situazioni in cui si trovano, sembrano dare priorità alla goliardia e al vivace passatempo piuttosto che al sottotesto impegnato. Ci sono battute di grana grossa, tra le quali però se ne colgono alcune più sottili con diversi riferimenti al presente, come del resto avviene per ogni film/serie in costume che sempre, in un modo o nell’altro, racconta il suo tempo.

Se da una parte, dunque, il viaggio nel passato consente – soprattutto ai più giovani di vedere cos’era l’Italia di (ormai) più di cinquant’anni fa, e a tutti di tornare sul nostro vissuto collettivo storico/politico di allora, l’altra parte, la più corposa e meditata, è quella riguardante la ricerca della risata. È lei a farsi motore del racconto, qualche volta centrando l’obiettivo anche grazie a personaggi appena subentrati, tra i quali l’interessante Duccio (intellettuale impegnato) di Maurizio Lastrico.

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