Non basta la libertà

Eccellenza, due mesi sono passati dalla fine del conflitto in Iraq” “Dal momento in cui gli alleati sono arrivati in Iraq, in particolare a Baghdad, la gente ha accolto questa presenza talvolta con calore, perché ha portato forme inedite di libertà. Insieme a tale gioia, è cresciuta però anche l’attesa di un tempo nuovo: la fine degli innumerevoli disagi e la possibilità di godere di un paese finalmente libero e democratico. Naturalmente, con il passare dei giorni ora pesano sempre più le difficoltà in cui è caduto il paese, l’anarchia che l’attraversa, il ritardo nel ripristinare i servizi essenziali, come elettricità, benzina, telefono e gas, interrotti per via delle infrastrutture bombardate. La gente si aspettava subito questa ripresa, che però non si vede ancora. Le strade sono intasate, c’è disordine e sporcizia. E la gente comincia a perdere la speranza di un tempo migliore”. La storia dell’Iraq, sin dalla prima invasione britannica, è contrappuntata da incidenti, violenze, assassini. È possibile che questa volta da un male come la guerra venga fuori un bene? “È la speranza di tutti, ovviamente. A questo proposito, vorrei sottolineare come il primo bisogno a cui puntare sia la formazione dei giovani, di cui l’Iraq è ricco. È l’educazione scolastica che dovrebbe costruire il cittadino di domani. Ma si dovrebbero usare anche altri mezzi a questo scopo, come una stampa libera, una televisione e una radio che possano formare le persone a un convivere civile rispettoso gli uni degli altri”. Nella dichiarazione dei patriarchi e dei vescovi dell’Iraq pubblicata il 29 aprile, è scritto: “Quando cristianesimo e Islam si incontrarono, i loro santi rispettivi avviarono una coesistenza rispettosa e reciproca”. E’ ancora possibile? “Credo di sì, perché esistono tanti esempi di musulmani e cristiani che hanno trovato forme di convivenza, anche più frequentemente rispetto ad altri paesi del Medio Oriente. E ciò non solo perché i cristiani sono qui da sempre, come viene riconosciuto da tanti musulmani, ma anche perché i loro valori sono stati di riferimento pure per gli islamici. “Posso dare a questo proposito una piccola testimonianza: durante i bombardamenti, i sotterranei delle nostre chiese, come credo anche di tante moschee, erano aperti per accogliere numerose famiglie, soprattutto donne, bambini e anziani, sia cristiane che musulmane. Hanno stabilito una convivenza straordinaria. Mi raccontavano di un caso in cui dei musulmani hanno chiesto che si intonassero dei canti cristiani, perché li trovavano affascinanti. E poi il condividere tutto, dall’acqua al cibo, creava tra loro familiarità. Penso quindi che la convivenza sia possibile. L’importante è che si evitino strumentalizzazioni”. Gli sciiti reclamano il diritto a rientrare nel giro del potere, dal quale per decenni erano stati esclusi. . . “Gli sciiti costituiscono la maggioranza della popolazione, il che non può certamente essere ignorato. Al di là dei proclami di taluni leader religiosi, la maggioranza degli sciiti, tra cui numerosi dei loro imam, disapprova le forme estremistiche di presa del potere, privilegiando piuttosto forme di rispettosa e reciproca presenza multietnica e multireligiosa. Tale maggioranza vorrebbe che il nuovo Iraq diventasse un esempio di convivenza proprio nel cuore del Medio Oriente. Il mondo sciita non è uniforme: accanto a chi vorrebbe forme islamiche di potere, ce ne sono altri che invece sono molto aperti a uno stato di diritto basato sì su valori religiosi, ma fondato in primo luogo su una legge che garantisca a tutti i cittadini uguali diritti”. E il problema curdo? Si arriverà ad assicurare loro una vera autonomia? “I curdi hanno già fatto una notevole esperienza di autonomia durante i 12 anni di embargo, nei quali hanno in pratica amministrato tutta la zona del Kurdistan iracheno, vivendo una vera esperienza di libertà e autonomia amministrativa. Che io sappia, ancora oggi i loro leader continuano ad avere in mente l’unità territoriale dell’Iraq. So anche che le nostre piccole chiese che si trovano in Kurdistan sono state sempre rispettate dai capi curdi”. A quando il governo degli iracheni? “Rispondere a questa domanda è come fare tombola! In questo momento di anarchia e di caos non si può prevedere ancora nulla. Certamente ci vorrà ancora del tempo, anche se esistono già delle modeste forme di autonomia amministrativa, come a Mosul, dove la municipalità in qualche modo ha continuato a funzionare, grazie a un consiglio rappresentativo delle etnie e delle religioni. Molto più complicata appare la situazione in città come Baghdad”. Con che animo resta a Baghdad? “Con la speranza che i gravi problemi di cui prima parlavo possano cominciare ad essere risolti. Naturalmente noi cerchiamo di organizzare gli aiuti umanitari, e questo sarà uno degli aspetti più importanti di quello che potrà essere il nostro lavoro. Non tanto a livello di aiuti immediati, perché i vescovi locali hanno già creato un comitato ad hoc, ma soprattutto a livello della ricostruzione futura. Molto dipende da quale forma avrà il nuovo Iraq, sperando che si possano portare avanti progetti che siano veramente di ricostruzione molto più ampia e a lungo termine”. Taluni hanno interpretato questa guerra come uno scontro tra civiltà, tra religioni. Il papa, invece, non ha perso occasione per protestare contro questa visione delle cose… “Credo che la posizione tenuta sia dalla Santa Sede che dalle Chiese del Medio Oriente, in modo particolare dell’Iraq, abbia trasmesso la convinzione che non si sia trattato di una guerra o di uno scontro tra religioni o tra civiltà. Sarebbe un’interpretazione errata delle cose. Questo mi pare sia stato ben compreso dalla gente. Io stesso, contattando dei leader musulmani, ho avuto modo di costatare quanto fosse apprezzata la posizione del Santo Padre e dei cristiani. I primi a smentire l’idea di uno scontro tra religioni non siamo noi cristiani, ma gli stessi islamici”.

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