Non avevo quei soldi

Una zingara bussa alla porta, chiede l'elemosina. Pina Capelli, di Terracina, racconta cosa succede quando prova ad aprire l'uscio e il cuore.

Me la trovai per la prima volta davanti alla porta di casa con una bambina in braccio. Chiedeva l’elemosina. L’istinto mi spingeva a prendere le distanze da quella sconosciuta messa piuttosto male. Forse per il timore di dover affrontare un problema, forse perché era una delle tante e viene il dubbio che dicano la verità. Dubbi ne avevo. Ma il pensiero andò al proposito, rinnovato proprio quel mattino, di vedere Gesù in ogni prossimo che avrei incontrato durante il giorno. La feci attendere, le presi qualcosa. Sempre lì, sul pianerottolo, ci scambiammo qualche parola. Mi disse il suo nome, Anka. Poi rientrai a casa, ma il ricordo di lei e della sua bambina mi accompagnò per tutto il pomeriggio. Forse, mi dicevo, avrei potuto fare di più. Con le mie buone maniere l’avevo lasciata fuori della porta. Cosa fare? Sperare che tornasse. E qualche mese dopo, la zingara tornò. Quella volta la invitai ad entrare. Avete mangiato?, domandai. Visto che non rispondevano, preparai un piatto di pasta che divorarono in un baleno. Da quel giorno, le sue visite erano attese, anche da mia figlia, che si meravigliava quando Anka non si faceva vedere a lungo. Lei arrivava di solito quando, dopo pranzo, avevo appena finito di rigovernare in cucina e mi ero da poco sdraiata in poltrona per riposare. Magari alle due del pomeriggio in piena estate! Tante volte – quasi sempre – dovevo ricominciare a preparare il sugo, o altro, per lei e la bambina, che intanto cresceva e mi chiamava zia. Sono casalinga e vivo con la pensione di reversibilità di mio marito. Condividevo con lei quello che avevo: poteva portare via anche pranzo e cena per gli altri componenti della sua famiglia. Anka ci teneva a dirmi che, anche se non le davo niente, lei passava volentieri da me, perché era come tornare a casa, dalla mamma. A brani emerse la sua vicenda, molto dolorosa.Mi raccontò di essere scappata dalla sua terra (l’ex Jugoslavia) durante la guerra. Allora era incinta e con tre figli di sua sorella morta sotto le bombe assieme a suo marito. Anche il suo era disperso. Pur prodigandomi per lei, non nego di aver alimentato un sottofondo di sottile riserva: verità o fantasia? Decisi di darle fiducia. I nostri colloqui intanto si facevano più confidenziali. Mi chiese un giorno il motivo del mio comportamento; con semplicità le esposi il proposito di praticare il Vangelo nella mia vita. Anka, a sua volta, mi disse di essere stata battezzata come cattolica e che il nostro rapporto aveva risvegliato in lei la fede. Intanto, la situazione nel suo Paese si andava normalizzando, e cercavo perciò di persuadere Anka a mettersi alla ricerca di suo marito: era forse giunto il momento di riprendere insieme quel progetto di famiglia che la guerra aveva inghiottito. La vedevo, come era logico, incerta e timorosa di affrontare da sola questa ricerca. Le proposi di rivolgersi al parroco, di chiedere alle autorità civili. Pur scoraggiata, mi promise che avrebbe seguito il mio consiglio. Passò qualche mese. Un giorno, arrivò con una grande novità: suo marito era vivo, le aveva chiesto di tornare, ansioso di abbracciare Amalia, la bambina nata in Italia che lui non conosceva.Mi pregò di aiutarla: non aveva soldi per il viaggio. La incoraggiai ancora a rivolgersi alle istituzioni. Insieme pregammo perché i cuori si muovessero. Ottenne il rimpatrio gratuito fino alla frontiera.Ma, facendo i conti, occorrevano ancora 280 euro per arrivare al suo Paese. Io non disponevo di quella cifra, ma le promisi il mio appoggio: i soldi li avremmo trovati in tempo… a costo di darle parte della mia pensione. Quel giorno stesso Anka mi chiamò per dirmi che il viaggio era stato anticipato. Quella sera feci fatica a prendere sonno. Occorreva trovare subito quella cifra, e forse qualcosa in più per una famiglia che ricominciava da zero. L’indomani, con un’insolita energia, indossai la tuta, come dovessi fare una maratona.Mi feci un piccolo elenco di persone da chiamare. Altre amiche erano coinvolte in questa ricerca. Assunta, ad esempio, si rivolse al responsabile della Caritas della parrocchia dove lei prestava servizio. Se è lei che lo chiede…, rispose immediatamente, azzerando la cassa. Un risultato, ricordo, che ci indusse a pensare che ogni rapporto di fiducia e di stima costruito è come aver aperto un conto in banca. Sta di fatto, che nel giro di poche ore riuscimmo a mettere insieme 630 euro! Un mese fa – trascorso ormai qualche anno dai fatti raccontati – mi trovo per strada quando, quasi irriconoscibile, Anka mi viene incontro festosa. È contenta, ma anche un tantino smarrita. Cosa è successo? Si ricomincia? La donna mi spiega che ormai vivono in Italia. Lei lavora e il marito, anche se in modo saltuario, guadagna qualcosa. Amalia va a scuola e anche i nipoti. Insomma, mi dipinge il quadro di una famiglia ben inserita, finalmente serena. Posso pensare che, ancora una volta, la fiducia accordata non è stata vana.

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